TERMOLI. La soppressione del Cnel è un argomento che trova tutti consenzienti. Ecco perché Renzi lo cita sempre, certo di far lievitare la propria popolarità. Al contrario, gli altri argomenti (quali la riforma del bicameralismo, il nuovo assetto di Palazzo Madama, la rivisitazione del Titolo V della Costituzione concernente i rapporti tra Stato e Regioni) originano resistenze e divisioni. In effetti chi mai potrebbe dirsi restio a porre in quiescenza una struttura obsoleta e costosa in cui ha trovato collocazione una congèrie di burocrati e di sindacalisti mantenuti a spesa di noi tutti? Nessuno! Purtroppo il timore è un altro: spariranno, oppure figlieranno ancora di più, le imitazioni locali di cotanto organo di rango costituzionale? In effetti pochi sanno che molte Regioni, vogliose di imitare lo Stato, si sono date un proprio Cnel, naturalmente ribattezzato “Crel”, un acrònimo che, sciolto, significherebbe “Consiglio regionale dell’economia e del lavoro”. Sinora solo la Basilicata ha sciolto questa Assise mentre il Lazio ne ha ridotto le poste attribuite in bilancio. Per il resto i “Crel” compaiono in numerosi Statuti. L’ùzzolo rimane giustificato dalla tendenza di parificarsi allo Stato. A tale proposito tutti rammentano che, dapprincipio, le varie Assemblee regionali si definivano auto-referenzialmente “Parlamenti”; e che, negli Anni ’70, l’editoriale domenicale della pagina molisana de ‘Il Mattino’ (tenuto dal compianto Giulio Vecchiarelli) parlava invariabilmente dell’attività del “parlamentino” appena nato. Di seguito questo andazzo cessò perché l’opposizione della Corte costituzionale impedì l’ulteriore utilizzo di una dizione che comunque è rimasta nei resoconti giornalistici. Nonostante tutto, questa sorta di smania di partecipazione (che risente molto del ’68) ha continuato ad imperversare negli Anni Settanta ed Ottanta quando ogni ente locale. territoriale e non, creava a getto continuo consulte, osservatori, organismi al fine di sollecitare la partecipazione di gruppi, di categorie, di sindacati, di associazioni. I Crel rispondevano a questa smania di coinvolgere la società civile all’interno della Città della politica, mostrando di ascoltare persino chi rappresentava imprenditori e dipendenti. In pratica, si fingeva di rendere un omaggio al mondo del lavoro; e, con la compartecipazione (magari solo orale e non fattuale), si arrivava al punto di infarcire persino tante innocue Commissioni di concorso. Quando, nella seconda metà degli Anni Settanta, la Rai ne bandì alcuni a livello regionale per una serie di posti di programmista, quei Collegi di esaminatori arrivarono ad accumulare la presenza di una trentina di pesone. Ritornando a bomba, gli effetti sulle decisioni degli organi politici sono pressoché nulli. Tale è stato l’apporto del “Cnel” alla reale attività delle Camere, come nullo è stato il sostegno dei “Crel” alle legislazioni regionali. C’è un’altra lettura del fenomeno: la proliferazione periferica di enti, aziende, società, istituti di ogni tipo, per curarsi di tutto un po’, dalle strade ai parchi, dalle farmacie alle ambulanze. I Crel sono una minima parte del grave e costoso fenomeno, utile per inventarsi poltrone, per favorire il sorgere di burocrazie localie e per “soddisfare” le esigenze clientelari. Comunque debbano concludersi gli èsiti del “referendum”, la speranza è che almeno il Molise – sinora immune – possa esentarci dai Crel, un ennesimo inutile orpello. Claudio de Luca