TERMOLI. L’istituto Tecnico Nautico Statale e per Geometri “Ugo Tiberio” di Termoli, gode di una particolare caratteristica, quella di avere come nome un suo illustre conterraneo, scienziato ed inventore del primo radar italiano.
Nato a Campobasso il 19 agosto 1904, si mostrò sin dalla giovane età particolarmente attratto verso studi che riguardavano la tecnica e l’elettronica. Si laurea ad appena 23 anni in ingegneria civile presso l’università di Napoli, conseguendo successivamente nel 1932, la specializzazione in elettrotecnica all’Università di Roma.
Scomparve a Livorno, il 17 maggio 1980, città presso la quale svolse attività di insegnamento.
Agli inizi del XX° secolo, il campo dell’elettronica stava avendo una radicale trasformazione, basti pensare all’invenzione della radio da parte di Guglielmo Marconi.
Il primo prototipo di radar, dal nome di “Telemobiloscopio”, risale al 1904, quando l’ingegnere tedesco Christian Hulsmeyer, utilizzò per la prima volta le onde radio, per individuare un bersaglio metallico ad una distanza massima di poche centinaia di metri.
In Italia, i primi studi su questo nuovo apparato chiamato “Radioecometro”, risalgono al 1932 quando Marconi, effettuando un collegamento mediante un ponte radio fra il Vaticano e Castel Gandolfo, riuscì a constatare che nel raggio di trasmissione dello strumento, si generavano delle interferenze dovute al passaggio casuale di un giardiniere con il suo tagliaerba metallico. Questo, avvalorò i suoi studi pregressi, descritti in una relazione presentata nel 1922, sia all’ “American Institute of Electrical Engineers” che all’ “Institute of Radio Engineers” di New York, confermando che: “trasmettendo attraverso un apparato, un fascio di onde direzionali ultracorte, sarebbe stato possibile localizzare un qualsiasi oggetto sia statico che dinamico, o in qualsiasi condizioni meteo”.
Tale concetto, anche se innovativo e rivoluzionario per l’epoca, suscitò scarsa attenzione in campo militare, a causa del suo limitato raggio d’azione.
Nonostante ciò, il Marconi, continuò ad approfondire le sue ricerche che purtroppo dovettero interrompersi nel 1937 a causa della sua improvvisa morte.
Intanto, il giovane Tiberio, su commissione del Generale Luigi Sacco (fondatore dell’Ufficio Crittografico), continuò gli studi del “Padre della Radio”, riuscendo ad ideare nel 1936 insieme al professore Nello Carrara, il primo esemplare di radar italiano, chiamato Radiotelemetro EC-1(GUFO).
A questo, ne seguirono altri più perfezionati, di cui l’ultimo costruito alle porte della Seconda Guerra Mondiale, dal nome Radiotelemetro EC-3/ter (GUFO) per l’impiego navale, e il “Folaga” per la vigilanza costiera.
In una relazione ufficiale del 1936, Tiberio scrisse: “Esiste la probabilità che la Marina si trovi, in caso di guerra, di fronte a un avversario provvisto di mezzi per il tiro notturno delle artiglierie a grande distanza, antiaeree e navali”.
L’Italia, per l’ennesima volta fu scettica, e lo dimostrò attraverso le somme di denaro che continuò a stanziare; appena 20.000 lire l’anno e pochi ingegneri.
Il Comando Militare Italiano, era convinto che qualora i nostri alleati tedeschi avessero posseduto il radar, avrebbero condiviso tale informazione. Lo stesso Ammiraglio Angelo Iachino comandante in capo della flotta italiana dal 1940 al 1943 consigliò al Tiberio di non continuare a perdere altro tempo, e di dedicarsi esclusivamente all’insegnamento presso l’Accademia Navale di Livorno.
Il 10 giugno 1940, con l’entrata in guerra dell’Italia, il nostro apparato militare, si dimostrò del tutto impreparato, basti pensare alla grande sconfitta subita dalla flotta navale Italiana da parte di quella inglese avvenuta tra il 28 e 29 marzo 1941 a sud del Peloponneso, e precisamente a Capo Matapan.
L’Italia pagò duramente questa immane tragedia causata principalmente dalla mancanza a bordo del radar; apparato che invece era già in uso sulle unità della flotta inglese, e quindi con il vantaggio di poter “vedere” tutto in qualsiasi momento.
Le potenze dell’Asse Italia-Germania, pianificarono la battaglia con l’intento di ostacolare il traffico marittimo nemico, sulla rotta Egitto-Grecia utilizzata principalmente per il trasporto truppe e rifornimento materiali.
La flotta italiana, scesa in campo, era così formata:
- Corazzata “Vittorio Veneto”;
- Due caccia “Gioberti – Oriani”.
Tre incrociatori pesanti “Zara – Pola – Fiume”;
Due cacciatorpediniere “Alfieri – Carducci”;
Cinque incrociatori “Trieste-Trento-Bolzano-Garibaldi-Duca degli Abruzzi”;
Le operazioni vennero coordinate dall’Ammiraglio Angelo Iachino da bordo della nave ammiraglia, Vittorio Veneto. Questa per prima venne colpita a poppavia da un siluro, lanciato da un aerosilurante inglese, che gli causò una falla attraverso la quale entrarono circa 4.000 tonnellate d’acqua; Fortunatamente non sufficienti da compromettere la normale galleggiabilità.
Lo scontro decisivo della battaglia, si ebbe a partire dalle ore 19.30 del 28 marzo 1941, col calar della notte, dieci aerosiluranti ( otto partiti dalla portaerei inglese “Formidable” e due dall’isola di Creta) attaccarono il grosso della formazione italiana.
Il “Pola” venne colpito e successivamente affondato dal cacciatorpediniere “Nubian”. L’ammiraglio inglese Sir A.B. Cunninghan comandante della “Mediterranean Fleet” in un primo momento pensò “erroneamente” che si trattasse della nave ammiraglia Vittorio Veneto. Successivamente vennero affondati dalle corazzate “Warspite”, “Barham” e “Valiant”, anche gli incrociatori “Zara” e “Fiume” e i due caccia di scorta “l’Alfieri e il Carducci”.
Per la nostra Marina, fu un totale disastro: cinque navi affondate e tremila marinai dispersi.
Questo, dimostra che, gli esiti del conflitto sarebbero potuti cambiare dando un maggiore impulso alla sperimentazione e all’impiego dell’elettronica; elemento di novità che ha contraddistinto la II Guerra Mondiale è dato proprio dalla distanza a cui si svolgevano i combattimenti, ben oltre la portata ottica.
La marina inglese, si dimostrò sempre vittoriosa, poiché le loro navi, come l’incrociatore “Ajax”, erano dotate oltre che del radar, anche di portaerei.
I vertici militari del Comando Supremo, con il precipitarsi degli eventi, si ricordarono degli studi fatti dal Tiberio e non persero tempo a richiamarlo in Accademia, dove riuscì a dimostrare ad una apposita commissione, la sua invenzione.
La produzione industriale, non fu semplice in quanto venne ostacolata principalmente dalla componentistica interna, come il “Magnetron” o “valvola termoionica” capace di generare le microonde.
Quest’ ultima venne elaborata nel 1934 da due scienziati inglesi Randall e Boot, e perfezionata nel 1940 nei laboratori della fabbrica “bell” in America.
Per l’Italia, il merito andò al professor Nello Carrara che la progettò a Livorno, quando era un giovane ufficiale di marina. La costruzione invece, venne affidata allo stabilimento della fabbrica “FIVRE (Fabbrica Italiana Valvole Radio Elettriche)” di Firenze.
Nel 1943, dei cinquanta apparati radar progettati, solo una quindicina vennero installati sulle navi italiane; a differenza del nostro avversario che si impegnò a produrne una quantità sempre maggiore ed efficiente.
Il radar venne montato anche sugli aerei inglesi, per poter individuare sia i sommergibili che le navi nemiche.
Terminato il Secondo Conflitto Mondiale, scienziati (tra cui Ugo Tiberio), e università italiane, iniziarono un progetto di reciproca collaborazione allo scopo di creare una scuola tale da contribuire alla nascente industria elettronica.
Nel 1954 Ugo Tiberio venne chiamato presso la facoltà di ingegneria dell’Università di Pisa, per insegnare Radiotecnica. Qui ebbe il grande privilegio di far parte del Comitato Direttivo del Centro per la costruzione del primo calcolatore elettronico italiano per le ricerche scientifiche (Calcolatrice Elettronica Pisana “CEP”).
Oggi, il nome di Ugo Tiberio, è ricordato in Accademia Navale grazie al “Premio Tiberio” ideato per premiare l’Ufficiale delle Armi Navali che si è maggiormente distinto per meriti scientifici.
Inoltre, presso il Museo dell’Accademia, è custodita sia la sciabola che il prezioso manoscritto inerente lo studio del radar risalente al 27 aprile 1936 dell’illustre scienziato ed inventore.
Un ultimo ricordo va allo zio di Ugo “Vincenzo Tiberio”, il “Fleming molisano” scienziato e Ufficiale Medico della Regia Marina che nel 1895 scoprì per primo la penicillina, anticipando di ben 34 anni la scoperta ufficiale attribuita all’inglese Alexander Fleming Premio Nobel per la Medicina nel 1945.
Gerardo Minchillo
