TERMOLI. Dall’”Extra omnes” all’Habemus papam” solo quattro scrutini e un giorno e qualche ora. Da quando il Maestro delle cerimonie pontificie, Monsignor Diego Ravelli, ha intimato: “Fuori tutti” sono passate poco più di ventiquattr’ore che, dal balcone della Loggia centrale della Basilica di san Pietro, dinanzi a migliaia di persone, è stato dato l’annuncio dell’“Habemus papam”.
I cardinali elettori hanno trovato, solo dopo quattro scrutini, un’ intesa inattesa. Il cardinale Prevost era tra i citati ipotetici papi ma non certo tra i primi. Ancora una volta i pronostici sono stati sbugiardati dal soffio dello Spirito Santo vero protagonista attraverso le sensibilità dei vari elettori.
Possiamo solo immaginare che il neo-papa assumendo gli abiti propri nella sacrestia della Sistina detta “delle lacrime” abbia davvero pianto visto che è apparso visibilmente commosso e a tratti singhiozzante.
D’altronde il papa è l’unico eletto che non stappa bottiglie ma si rifugia in pochi metri quadrati a pregare e piangere. Non ha vinto nulla. Gli è stata consegnata una eredità bimillenaria di grande e grave responsabilità. Gli è stato affidato un compito: servire, donarsi, testimoniare, condurre, accompagnare, consolare.
I neo-eletti papi dopo aver acconsentito, su esplicita richiesta, se accettano l’avvenuta elezione e dopo aver scelto il nome da imporsi, vestono gli abiti pontificali e sostano in preghiera nella cappella paolina prima di apparire per il saluto e la prima benedizione pontificale. Il tragitto che li porta verso la Loggia li costringe a passare davanti al quadro della crocifissione di Pietro realizzato dal genio michelangiolesco. Hanno modo di riflettere su cosa li aspetta e quale è davvero la loro missione.
Lo Spirito Santo ancora una volta è stato il vero artefice. Lo dimostrano la scelta inattesa quindi non preventivata, la tempestività e la confluenza dei voti su un candidato fino a raggiungere gli 89 voti richiesti, cioè i due terzi degli elettori.
Il nome scelto è evocativo di tanta storia, di tanti pontefici che hanno nel corso degli anni scelto questo nome. XIII prima di lui. Il perché vero lo conosce solo lui e forse nel tempo ce lo spiegherà. Noi possiamo solo ipotizzare. Una cosa è certa ha iniziato con un saluto pasquale: “La pace sia con tutti voi! … Anch’io vorrei che questo saluto di pace entrasse nel vostro cuore, raggiungesse le vostre famiglie, tutte le persone, ovunque siano, tutti i popoli e ogni terra segnata dalla guerra … La pace sia con voi! Questa è la pace di Cristo, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, che ci ama tutti e incondizionatamente … Dobbiamo cercare insieme come essere una Chiesa missionaria, una Chiesa che costruisce i ponti, il dialogo, sempre aperta a ricevere come questa piazza con le braccia aperte. Tutti, tutti coloro che hanno bisogno della nostra carità, la nostra presenza, il dialogo e l’amore.”
Per ben 10 volte ha nominato la pace. Giustamente ha ringraziato papa Francesco più di una volta e, questa mattina durante la celebrazione della prima messa con tutto il collegio cardinalizio nella cappella Sistina nell’omelia ha tracciato il solco del suo pontificato: “… Sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato (cfr Gv 3,30), spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo. Dio mi dia questa grazia, oggi e sempre, con l’aiuto della tenerissima intercessione di Maria Madre della Chiesa”. Sicuramente queste parole rimarranno nella storia perché saranno il suo imprinting.
Parole ricche di premura, paternità, accoglienza, desiderio di costruire ponti e relazioni pacifiche ma, soprattutto, fondate su Cristo risorto. Questa è la vera garanzia.
È il primo papa statunitense, il primo figlio di sant’Agostino che oltre ad aver esercitato compiti curiali a Roma è stato anche per molti anni missionario e la chiesa è per sua natura missionaria. Con l’aiuto della nostra preghiera farà bene.
Don Benito Giorgetta