TERMOLI. Si è spento all’età di 97 anni James Dewey Watson, il biologo americano la cui vita è indissolubilmente legata a una delle più grandi scoperte scientifiche del XX secolo: la struttura a doppia elica del DNA.
La notizia della sua scomparsa è stata diffusa dal Cold Spring Harbor Laboratory (Cshl), il prestigioso centro di ricerca newyorkese che Watson ha diretto per oltre trent’anni, trasformandolo in una fucina di eccellenza mondiale.
Nato a Chicago nel 1928, Watson mostrò fin da giovanissimo un talento fuori dal comune: entrò all’Università di Chicago a soli 15 anni e conseguì il dottorato a 22.
Il momento cruciale della sua carriera giunse nel 1951, quando approdò al Cavendish Laboratory di Cambridge. L’incontro con il fisico Francis Crick diede inizio a una collaborazione destinata a cambiare per sempre il corso della biologia.
Nel 1953, a soli 24 anni, Watson e Crick pubblicarono sulla rivista Nature il modello della doppia elica del DNA, una struttura elegante e simmetrica formata da due filamenti intrecciati e uniti da coppie di basi azotate — Adenina-Timina e Guanina-Citosina — che custodiscono il codice dell’ereditarietà.
La loro scoperta fu resa possibile anche grazie ai dati cristallografici fondamentali — tra cui la celebre “Foto 51” — ottenuti dalla chimica e fisica Rosalind Franklin e dal collega Maurice Wilkins.
Per questo contributo epocale, Watson, Crick e Wilkins ricevettero nel 1962 il Premio Nobel per la Medicina. Il mancato riconoscimento a Rosalind Franklin, scomparsa prematuramente nel 1958, resta uno dei capitoli più discussi della storia della scienza.
Quella scoperta non fu soltanto un trionfo di fisica e chimica, ma il punto di svolta che inaugurò la biologia molecolare moderna. Aprì la strada alla biotecnologia, all’ingegneria genetica e al “Progetto genoma umano” di cui Watson fu tra i primi direttori.
La doppia elica divenne così il simbolo stesso della vita, un’icona che ha ridefinito la nostra comprensione della salute, della malattia e dell’evoluzione.
Scienziato, divulgatore e mentore di generazioni di ricercatori, Watson è stato un protagonista assoluto della biologia del Novecento. La sua guida al Cshl contribuì a formare nuove menti e a consolidare il ruolo del laboratorio tra i poli d’eccellenza mondiale nella ricerca genetica.
La sua intuizione resta una delle più grandi della storia della scienza: una spirale di molecole che custodisce l’essenza stessa della vita.
Con la sua scomparsa, si chiude un capitolo irripetibile della storia della conoscenza umana — quello in cui l’uomo imparò, per la prima volta, a leggere se stesso.
Eliana Ronzullo
