URURI. A margine dell’incontro svoltosi ieri sera, sabato 22 novembre, a Ururi, che ha visto la nascita di una sezione Aido dedicata a Vincenzo Campofredano, abbiamo posto alcune domande alla vedova che, con molta dignità, ha risposto a nome di tutta la famiglia ripercorrendo quei tragici momenti ma evidenziando altresì la speranza di un futuro nel segno della donazione.
A distanza di sei mesi da quell’evento funesto, cosa significa per voi familiari vedere il suo nome associato alla nascita di una nuova sezione Aido qui a Ururi?
«C’è una frase che ci accompagna e ci dà conforto e sollievo da sei mesi a questa parte: “Chi muore donando, in fondo non muore mai”. Ed è proprio così! Sentire che Vincenzo vive ancora e che qualcuno vive grazie al su gesto d’amore è un conforto».
La decisione di donare gli organi è un atto di immenso altruismo in un momento di grande sofferenza. Cosa vi ha dato la forza di fare questa scelta e quale messaggio vorreste dare alle famiglie che si trovano in questa situazione?
«L’atto del dono è strettamente legato all’atto del ricevere. Nel momento in cui si dona, si sente la voce di chi, dall’altra parte, sta chiedendo aiuto. La risposta a questo appello è umana e naturale».
Vincenzo è stato definito un “vero capitano”. Qual è l’insegnamento più grande che vi ha lasciato e che cosa sperate che questa sezione Aido appena costituitasi porti avanti?
«Il gesto della donazione è stata la nostra risposta: la sua eredità silenziosa. Un semplice e immenso atto di amore. Speriamo che Vincenzo possa continuare a vivere nei gesti di generosità che nasceranno da questa associazione e da questo evento di sensibilizzazione».
Emanuela Frate


