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venerdì 5 Dicembre 2025
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Mediterranea Saving Humans ha presentato a Termoli il rapporto “Occupare una terra per cancellarne il popolo”

TERMOLI. Si è svolta ieri sera nei locali della Chiesa del Sacro Cuore la presentazione del rapporto di metà anno di Mediterranea Saving Humans, intitolato “Occupare una terra per cancellarne il popolo”, documento che sintetizza cinque mesi di osservazione e presenza civile nella regione di Masafer Yatta, in Cisgiordania.

L’iniziativa, introdotta da Luisa Marinucci, insieme al gruppo territoriale Mediterranea SH Pescara, ha offerto al pubblico un quadro documentato e approfondito sulla situazione nei territori palestinesi occupati, con la partecipazione di un’attivista rientrata di recente da una delle missioni della rete umanitaria.

Durante l’incontro, aperto al pubblico e seguito da un aperitivo benefit destinato a finanziare le prossime spedizioni, è stato illustrato il lavoro svolto dagli osservatori internazionali della missione “Mediterranea with Palestine”, che dallo scorso giugno 2024 opera accanto alla popolazione palestinese in collaborazione con Operazione Colomba, già attiva da anni nell’area.

Il progetto ha l’obiettivo di documentare le violazioni dei diritti umani e di agire, attraverso la presenza nonviolenta, come barriera simbolica e fisica contro gli abusi perpetrati dai coloni israeliani e dall’esercito.

«Non c’è pace senza giustizia e la giustizia si costruisce solo guardando la realtà, anche quando è scomoda».

Il pubblico ha poi ascoltato la testimonianza dell’attivista pescarese che ha partecipato alla missione, la quale ha raccontato la quotidianità della popolazione di Masafer Yatta: villaggi sottoposti a controlli militari, case demolite, terreni incendiati e arresti arbitrari. «Viviamo accanto alle famiglie palestinesi – ha spiegato – e assistiamo a invasioni di proprietà quasi quotidiane, con coloni armati che agiscono spesso insieme all’esercito. La nostra presenza serve a documentare, a impedire che tutto questo resti invisibile».

Il rapporto raccoglie dati relativi a 838 episodi di violazione avvenuti tra il 23 gennaio e il 31 maggio 2025.

Tra questi, 409 invasioni di proprietà private, 51 demolizioni di abitazioni, 62 incendi o danneggiamenti di terreni agricoli e beni, 110 arresti e detenzioni, oltre a episodi di aggressione fisica e blocchi stradali. Le aree più colpite risultano i villaggi di Susiya, Tuwani, Umm Dhorit e Khallet Athaba, che da soli concentrano quasi la metà degli eventi registrati.

Dalle analisi statistiche e dalle testimonianze raccolte emerge un coordinamento tra coloni e forze di sicurezza israeliane, che agirebbero in modo complementare per estendere il controllo territoriale e costringere la popolazione palestinese ad abbandonare le proprie terre. L’azione dei coloni – si legge nel documento – assume forme quotidiane di intimidazione: «invasioni di proprietà, distruzione dei raccolti, furti di bestiame e danneggiamenti alle infrastrutture idriche».

Il professor Luigi Daniele, docente di Diritto internazionale all’Università del Molise, firma la prefazione del rapporto e inquadra i fatti dal punto di vista giuridico. Nel testo, definisce quanto documentato «una gamma di violazioni gravi, reiterate e sistematiche di norme perentorie del diritto internazionale», configurabili come crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Daniele richiama inoltre il parere consultivo emesso nel luglio 2024 dalla Corte Internazionale di Giustizia, che ha riconosciuto l’illegalità complessiva della presenza militare e civile israeliana nei territori occupati e l’obbligo per tutti gli Stati di non riconoscerne gli effetti né di fornire assistenza.

Il documento di Mediterranea evidenzia, in particolare, come la costruzione di nuovi avamposti israeliani rappresenti la fase più avanzata di un processo di colonizzazione sostenuto da politiche governative e incentivi economici. Nel solo periodo analizzato sono state documentate dodici nuove installazioni o ampliamenti di insediamenti nella zona.

Parallelamente, la popolazione palestinese continua a praticare forme di resistenza nonviolenta, coordinate da organizzazioni locali come Youth of Sumud, con il sostegno di attivisti internazionali e israeliani impegnati nella difesa dei diritti umani.

Durante la serata di Termoli illustrata la geografia delle violazioni e la vita quotidiana sotto occupazione.

Le testimonianze hanno restituito un quadro di forte precarietà ma anche di resilienza. «Nonostante le demolizioni e le minacce – ha raccontato l’attivista – le famiglie ricostruiscono le case, ripiantano gli alberi, restano dove sono. È una forma di resistenza civile che passa attraverso la normalità».

Il rapporto sottolinea anche il ruolo degli osservatori internazionali, la cui presenza è definita «essenziale per garantire visibilità alle violazioni e per ridurre, almeno in parte, la violenza diretta». Senza di loro – si legge – «sarebbe quasi impossibile documentare ciò che accade quotidianamente in Cisgiordania, in un contesto di totale impunità».

La finalità concreta dell’iniziativa era raccogliere fondi per le future missioni e ampliare la rete di sostegno. «Mediterranea Saving Humans – ha detto – continua a scegliere il campo come luogo della testimonianza, che sia in mare o sulla terra. Restare presenti, osservare e raccontare è oggi la forma più alta di solidarietà civile».

La presentazione termolese di “Occupare una terra per cancellarne il popolo” ha così unito la dimensione del racconto umano a quella dell’analisi giuridica e politica, offrendo al pubblico un documento che, oltre a denunciare, richiama alla responsabilità collettiva di fronte a un conflitto che travalica i confini geografici.

EB