TERMOLI. Ogni donna dovrebbe poter camminare per strada senza paura, parlare senza timore, dire “no” senza conseguenze. Eppure, la realtà è diversa: la violenza sulle donne continua a segnare vite, famiglie e comunità, alimentata da silenzi, stereotipi e complicità. Ci sono domande che non dovrebbero esistere, come “cosa hai fatto per scatenare questa violenza?”, eppure troppo spesso vengono rivolte alle vittime, insinuando colpe dove non ce ne sono. Non sono casi isolati, non sono tragedie lontane: ogni donna che subisce violenza porta con sé la cicatrice di una società che spesso chiude gli occhi, che giudica la vittima e giustifica l’aggressore.
La cronaca del 2025 ci ha restituito nomi che non possiamo dimenticare: Eliza Stefania Feru e Maria Porumbescu, vittime di gesti brutali dei loro compagni; Jhoanna Nataly Quintanilla Valle, Eleonora Guidi e Cinzia D’Aries, uccise tra le mura domestiche; Ilaria Sula e Sara Campanella, giovani vite spezzate dall’ossessione di chi le circondava; Teresa Stabile, Samia Bent Rejab Kedim e Lucia Chiapparino, vittime di uomini che non hanno accettato la fine di una relazione; Chamila Wijesuriyauna e Daniela Coman, uccise dopo persecuzioni prolungate; Martina Carbonaro e Maria Denisa Adas, ragazze strappate alla vita da chi diceva di amarle; Elena Belloni e Fatimi Hayat, uccise per gelosia e rancore; Tiziana Vinci e Tina Sgarbini, colpite nonostante protezioni legali; Cinzia Pinna, scomparsa e poi ritrovata vittima di violenza. Queste storie non sono numeri, sono moniti: ci ricordano che la violenza sulle donne non nasce da un impulso incontrollabile, ma da un desiderio di potere e controllo, da una cultura che per troppo tempo ha insegnato che gli uomini possono possedere, decidere e punire. Questi i nomi solo fino a settembre 2025.
Non basta condannare chi uccide o aggredisce: è urgente affrontare le radici culturali del problema. La violenza non nasce nel momento del crimine, nasce in casa, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nei messaggi che la società invia sulle relazioni e sul rispetto reciproco. Crescere uomini consapevoli significa insegnare loro che la donna non è un oggetto, non è un premio da conquistare, non è responsabile dei propri gesti. Significa insegnare a rispettare ogni scelta, ogni no, ogni libertà.
La società deve farsi carico di questa responsabilità. Troppo spesso, la famiglia dell’aguzzino tace, minimizza o cerca scuse, mentre quella della vittima deve convivere con un dolore che non può essere colmato. Troppo spesso i media, i social, i discorsi pubblici veicolano messaggi che riducono la gravità degli atti o colpevolizzano le donne. Ogni volta che giustifichiamo un uomo che aggredisce, stiamo rafforzando una cultura della sopraffazione, rendendo normale l’innaturale.
La Giornata contro la violenza sulle donne deve essere più di una data simbolica. Deve essere un momento di riflessione e azione concreta. Significa sostenere le vittime con servizi efficaci, percorsi di recupero, assistenza legale e psicologica. Significa promuovere campagne culturali, interventi educativi nelle scuole, programmi che insegnino ai ragazzi il rispetto e l’empatia, e alle ragazze la consapevolezza dei propri diritti. Ogni iniziativa è un mattone nella costruzione di una società più sicura, più giusta, più civile.
Ogni donna sopravvissuta alla violenza rappresenta una speranza, una testimonianza di resilienza. Raccontare le loro storie significa dare forza a chi ancora non ha trovato il coraggio di denunciare, significa ricordare a tutti che la violenza può essere fermata, ma solo se la società intera sceglie di non voltarsi dall’altra parte.
Non possiamo più tollerare che le donne debbano chiedere permesso per vivere la propria vita. Non possiamo più accettare scuse o giustificazioni. Chi aggredisce, chi minaccia, chi uccide non deve ricevere comprensione: deve rispondere dei propri atti, e la certezza della pena deve diventare realtà.
Il 25 novembre ci ricorda che la lotta contro la violenza sulle donne non è solo un dovere civile, ma un impegno quotidiano. Rompere il silenzio, denunciare, educare, cambiare linguaggio e mentalità è l’unico modo per costruire un futuro in cui le donne siano finalmente libere dalla paura, rispettate e protette.
Ogni gesto conta: una parola detta, una campagna sociale, un intervento nelle scuole, un sostegno concreto alle vittime sono passi verso un mondo in cui la violenza non trova più terreno fertile. Perché nessuna donna dovrebbe più vivere sotto minaccia, e ogni uomo deve imparare che il rispetto non è negoziabile.
Il 25 novembre non deve essere solo memoria. Deve essere un impegno collettivo e quotidiano, per rompere un ciclo che dura da troppo tempo. La violenza sulle donne non è inevitabile. È responsabilità di tutti combatterla, ogni giorno, senza eccezioni.
Alberta Zulli

