TERMOLI. La verità sulla Gigafactory di Termoli arriva in un pomeriggio di Commissione parlamentare, dopo mesi di silenzi, smentite di facciata e ottimismo di circostanza, a pochi giorni dall’indiscrezione pubblicata dalla stampa specializzata.
Il viceministro Valentini, rispondendo al question time, ha confermato ciò che il Governo ha tentato di evitare fino all’ultimo: la Gigafactory Acc non si farà più in Italia. Non è una notizia tecnica, non è una semplice modifica di piano. È una dichiarazione politica pesantissima, che segna la rinuncia dell’Italia a un tassello strategico della transizione industriale europea. Il progetto di una fabbrica nazionale di batterie, cardine per la competitività dell’automotive e per il futuro dell’elettrificazione, svanisce senza che siano state costruite alternative credibili. E intanto i fondi Pnrr stanziati per quell’investimento sono già stati riconvertiti altrove, senza che nessuno ne avesse dato comunicazione pubblica.
Nel vuoto lasciato dalla Gigafactory, il Governo prova ora a spacciare per prospettiva il nuovo cambio eDCT destinato allo stabilimento molisano. Ma trecento posti, per quanto importanti per le famiglie coinvolte, non sono un piano industriale: sono un pannicello caldo. Non creano filiera, non generano tecnologie strategiche, non preparano Termoli al mercato del 2030. Sono l’ennesima conferma che si naviga a vista, mentre gli altri Paesi europei consolidano poli produttivi, attirano investimenti e si posizionano nelle catene globali delle batterie e della mobilità sostenibile.
L’Italia, invece, arretra. E lo fa in silenzio. Il Governo ammette oggi ciò che ha evitato di dire per mesi, mentre il territorio, i lavoratori e le istituzioni locali restavano sospesi tra promesse informali e dichiarazioni prudenti.
Il risultato è uno scenario che non riguarda solo il Molise. La mancata Gigafactory è un indicatore della fragilità complessiva della politica industriale italiana. Il Paese si ritira dalla competizione sulle batterie proprio mentre l’Europa le considera un asset essenziale per autonomia tecnologica, sicurezza energetica e sovranità produttiva. È un arretramento che peserà per anni e che rischia di trasformare l’Italia in un subfornitore marginale, non più protagonista ma comprimario di processi decisi altrove.
Per questo la richiesta che arriva da più parti – dai parlamentari che hanno sollevato il caso, dai sindacati che si mobilitano, dai territori che non accettano l’ennesimo ridimensionamento – è semplice e imprescindibile: la politica deve intervenire subito.
Non servono tavoli di cortesia o comunicati evasivi.
Serve un’assunzione di responsabilità vera, un confronto permanente Governo–azienda–sindacati, un piano industriale nazionale che definisca cosa vuole essere l’Italia nella transizione e quali strumenti intende introdurre per attrarre investimenti e non perderli. Senza questo, ciò che oggi accade a Termoli accadrà altrove.
E il Paese, un pezzo alla volta, scivolerà fuori dalle filiere che contano. Termoli non può essere trattata come una nota a margine: è il punto esatto in cui l’Italia decide se avere ancora un futuro industriale o rinunciarvi definitivamente.
Emanuele Bracone


