X
venerdì 5 Dicembre 2025
Cerca

Con l’addio alla Gigafactory tutta l’Italia diventa comprimaria nello scenario industriale

TERMOLI. La verità sulla Gigafactory di Termoli arriva in un pomeriggio di Commissione parlamentare, dopo mesi di silenzi, smentite di facciata e ottimismo di circostanza, a pochi giorni dall’indiscrezione pubblicata dalla stampa specializzata.

Il viceministro Valentini, rispondendo al question time, ha confermato ciò che il Governo ha tentato di evitare fino all’ultimo: la Gigafactory Acc non si farà più in Italia. Non è una notizia tecnica, non è una semplice modifica di piano. È una dichiarazione politica pesantissima, che segna la rinuncia dell’Italia a un tassello strategico della transizione industriale europea. Il progetto di una fabbrica nazionale di batterie, cardine per la competitività dell’automotive e per il futuro dell’elettrificazione, svanisce senza che siano state costruite alternative credibili. E intanto i fondi Pnrr stanziati per quell’investimento sono già stati riconvertiti altrove, senza che nessuno ne avesse dato comunicazione pubblica.

Nel vuoto lasciato dalla Gigafactory, il Governo prova ora a spacciare per prospettiva il nuovo cambio eDCT destinato allo stabilimento molisano. Ma trecento posti, per quanto importanti per le famiglie coinvolte, non sono un piano industriale: sono un pannicello caldo. Non creano filiera, non generano tecnologie strategiche, non preparano Termoli al mercato del 2030. Sono l’ennesima conferma che si naviga a vista, mentre gli altri Paesi europei consolidano poli produttivi, attirano investimenti e si posizionano nelle catene globali delle batterie e della mobilità sostenibile.

L’Italia, invece, arretra. E lo fa in silenzio. Il Governo ammette oggi ciò che ha evitato di dire per mesi, mentre il territorio, i lavoratori e le istituzioni locali restavano sospesi tra promesse informali e dichiarazioni prudenti.

Il risultato è uno scenario che non riguarda solo il Molise. La mancata Gigafactory è un indicatore della fragilità complessiva della politica industriale italiana. Il Paese si ritira dalla competizione sulle batterie proprio mentre l’Europa le considera un asset essenziale per autonomia tecnologica, sicurezza energetica e sovranità produttiva. È un arretramento che peserà per anni e che rischia di trasformare l’Italia in un subfornitore marginale, non più protagonista ma comprimario di processi decisi altrove.

Per questo la richiesta che arriva da più parti – dai parlamentari che hanno sollevato il caso, dai sindacati che si mobilitano, dai territori che non accettano l’ennesimo ridimensionamento – è semplice e imprescindibile: la politica deve intervenire subito.

Non servono tavoli di cortesia o comunicati evasivi.

Serve un’assunzione di responsabilità vera, un confronto permanente Governo–azienda–sindacati, un piano industriale nazionale che definisca cosa vuole essere l’Italia nella transizione e quali strumenti intende introdurre per attrarre investimenti e non perderli. Senza questo, ciò che oggi accade a Termoli accadrà altrove.

E il Paese, un pezzo alla volta, scivolerà fuori dalle filiere che contano. Termoli non può essere trattata come una nota a margine: è il punto esatto in cui l’Italia decide se avere ancora un futuro industriale o rinunciarvi definitivamente.

Emanuele Bracone