domenica 14 Dicembre 2025
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L’Adriatico nel mirino dell’Europa, marinerie in allerta

TERMOLI. Marinerie dell’Adriatico riunite oggi per fare il punto sull’ennesimo “affronto” dell’Europa al comparto ittico, compresa quella termolese, a cui potrebbe essere chiesto di dare solidarietà ai colleghi ‘avversati’ dal nuovo provvedimento che limita la pesca in alcuni tratti di mare.

Sette mesi di chiusura alla pesca a strascico nelle aree delle cosiddette “barbare”: è questa la misura imposta dalla Commissione Generale per la Pesca nel Mediterraneo (CGPM) durante la 48ª riunione tenutasi a Málaga dal 3 al 9 novembre. Una decisione che, secondo le principali associazioni del settore, rischia di infliggere un colpo mortale alle marinerie italiane, in particolare a quelle dell’Adriatico, già provate da anni di restrizioni, riduzioni delle giornate di pesca e assenza di politiche di sostegno strutturali.

La denuncia è unanime e accorata. Francesca Biondo, direttrice di Federpesca, non usa mezzi termini: «Una proposta devastante per le imprese dell’Adriatico, vessate da anni di tagli e sacrifici, adottata senza alcuna valutazione seria degli impatti socio-economici e priva di dati scientifici che attestino un reale stato di sofferenza degli stock di scampi». Il provvedimento, secondo Biondo, è l’ennesima dimostrazione di un modus operandi opaco e antidemocratico da parte della CGPM, che agisce senza confronto né con Agrifish né con il Parlamento europeo. Un atteggiamento che, oltre a minare la tenuta del comparto, contraddice apertamente le stesse linee guida politiche della Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, la quale aveva promesso di proteggere la sovranità alimentare europea e chi lavora per garantirla.

«Così non è – conclude Biondo – e confidiamo che il confronto con il Governo italiano possa portare a misure di mitigazione capaci di evitare lo sfacelo e garantire un futuro sostenibile al comparto». Ma il tempo stringe, e la misura imposta dalla CGPM rischia di diventare l’ennesimo atto punitivo verso una flotta che, nonostante tutto, continua a garantire approvvigionamento alimentare, occupazione e presidio territoriale.

A farsi portavoce dell’urgenza di un riequilibrio europeo è anche Confcooperative Fedagripesca, che in un incontro al MASAF con il Ministro Francesco Lollobrigida e il Sottosegretario Patrizio La Pietra ha ribadito la necessità di politiche che tutelino non solo l’ambiente marino, ma anche la sostenibilità economica e sociale delle marinerie. «Si tratta di una misura subita – denuncia Paolo Tiozzo, vicepresidente di Confcooperative Fedagripesca – non supportata dai dati scientifici italiani, che non evidenziano criticità per lo stock di scampi. Decisioni assunte in Europa senza valutare l’impatto economico sulle imprese, e senza prevedere strumenti di compensazione adeguati».

Il comparto è allo stremo. Le imprese sono costrette a navigare in un contesto normativo sempre più penalizzante, dove le regole vengono calate dall’alto senza concertazione, senza ascolto, senza rispetto per chi ogni giorno affronta il mare. Eppure, proprio dal MASAF è arrivato un segnale di apertura: Fedagripesca ha espresso apprezzamento per l’impegno del Governo nel cercare soluzioni che rendano sostenibile la gestione della pesca, riconoscendo il lavoro svolto per consentire alle barche del Tirreno di tornare in mare a dicembre e per affrontare le criticità delle altre tipologie di pesca e delle strutture a terra, pilastri della filiera.

Ma non basta. Serve una svolta. Serve un nuovo modello gestionale, capace di superare la logica della “pesca olimpica” – dove vince chi prende di più nel minor tempo possibile – e di valorizzare invece cooperazione e aggregazione come strumenti di gestione efficace e sostenibile delle risorse. Serve una politica che metta al centro le persone, le comunità, le tradizioni produttive, e non solo le tabelle e i vincoli imposti da Bruxelles.

Una visione che stride con la realtà dei numeri. In Italia operano circa 22.000 pescatori imbarcati, di cui 19.000 a tempo pieno, mentre oltre 100.000 persone lavorano a terra nelle attività della filiera ittica. Un totale di circa 125.000 addetti, escluso l’indotto. Eppure, negli ultimi dieci anni, il comparto ha perso il 16% del personale imbarcato. Un dato allarmante, che evidenzia la necessità di politiche lungimiranti capaci di garantire ricambio generazionale, innovazione e condizioni di lavoro dignitose.

Il grido d’allarme non si ferma qui. L’Alleanza delle Cooperative Italiane agroalimentari e della pesca – composta da Agci Agroalimentare, Confcooperative Fedagripesca e Legacoop Agroalimentare – ha rilanciato le preoccupazioni espresse da Copa e Cogeca nella lettera inviata il 10 novembre ai membri del Parlamento europeo, in merito alle proposte di revisione del Quadro finanziario pluriennale (Mff 2028-2034) e della Politica Agricola Comune (Pac). «Le modifiche proposte non garantiscono né la tenuta economica delle imprese agricole né la stabilità del mercato alimentare europeo» – denunciano i presidenti Antonello Capua, Raffaele Drei e Cristian Maretti – «Serve un approccio strategico, perché sicurezza alimentare e sicurezza geopolitica oggi coincidono».

La situazione è paradossale. L’Unione europea importa il 70% del prodotto ittico annuo consumato, eppure continua a penalizzare le flotte nazionali con misure restrittive, senza offrire risorse adeguate, senza una Pac realmente comune, senza strumenti semplici e applicabili. Nell’attuale proposta, il Feampa scompare, e la politica comune della pesca rischia di dissolversi, a meno che i singoli Stati membri non decidano autonomamente di finanziarla. Una rinazionalizzazione che mina la parità di condizioni e la concorrenza leale, e che potrebbe persino essere in contrasto con il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue), che assegna alla Ue competenza esclusiva in materia.

Secondo Copa e Cogeca, le modifiche proposte “non cambiano nulla nella sostanza”. Non rafforzano il reddito degli agricoltori, non semplificano, non mettono in sicurezza la capacità produttiva europea. L’Alleanza delle Cooperative Italiane chiede un ripensamento radicale, che mantenga la Pac come politica autonoma a due pilastri, con un budget stabile, indipendente e indicizzato all’inflazione. Perché senza risorse, senza strumenti, senza visione, non si può chiedere agli agricoltori e ai pescatori di fare la loro parte.

Il comparto pesca è in trincea. Le imprese sono stremate, le comunità costiere in sofferenza, le filiere a rischio. Eppure, la risposta dell’Europa continua a essere quella del maquillage amministrativo, della complessità normativa, della marginalizzazione del “obiettivo rurale”. Serve una svolta politica, non un aggiustamento tecnico. Serve una visione che riconosca il valore strategico della pesca, non solo come fonte di cibo, ma come presidio sociale, culturale, economico.

Confcooperative FedAgriPesca lo ribadisce con forza: il messaggio proveniente dal Vaticano è uno stimolo ad accelerare un percorso di sviluppo sostenibile che metta al centro le persone, il mare e la qualità del lavoro. La cooperazione della pesca è pronta a collaborare con istituzioni, comunità e organismi internazionali per costruire un modello moderno, equo e realmente sostenibile. Perché proteggere i mari significa proteggere il futuro delle persone che vi lavorano.

Il Ministro Lollobrigida ha confermato l’impegno del Governo a costruire alleanze in Europa in vista del prossimo Consiglio Agrifish dell’11 e 12 dicembre, e la volontà di mantenere un raccordo stretto con il mondo della rappresentanza per definire soluzioni condivise e praticabili. Ma la posta in gioco è altissima, e il tempo per intervenire si assottiglia.

Il comparto della pesca italiana, e in particolare quello adriatico, non può più permettersi di subire decisioni calate dall’alto, prive di fondamento scientifico e scollegate dalla realtà economica e sociale dei territori. La chiusura prolungata delle aree di pesca, senza compensazioni e senza alternative, non è una misura di tutela ambientale: è una condanna a morte per centinaia di imprese, per migliaia di lavoratori, per intere comunità costiere che vivono di mare da generazioni.

Serve un cambio di paradigma. Serve una governance europea che ascolti, che coinvolga, che rispetti i principi di sussidiarietà e proporzionalità. Serve una politica della pesca che non sia solo vincoli e divieti, ma anche investimenti, innovazione, formazione, sostegno al reddito, valorizzazione delle filiere. Serve una visione che riconosca il valore strategico del settore ittico per la sicurezza alimentare, per la coesione sociale, per l’identità culturale dei territori.

Il messaggio che arriva dalle cooperative, dalle associazioni, dalle marinerie, è chiaro: non si può più andare avanti così. L’Europa deve scegliere se vuole essere alleata o nemica del suo mare. Se vuole costruire un futuro sostenibile insieme a chi il mare lo conosce, lo rispetta e lo vive ogni giorno, o se preferisce abbandonare intere economie locali alla deriva, in nome di un ambientalismo ideologico e disancorato dalla realtà.

Il Governo italiano ha ora la responsabilità – e l’opportunità – di farsi portavoce di questa istanza, di costruire alleanze, di pretendere trasparenza, equità, coerenza. Il Consiglio Agrifish dell’11 e 12 dicembre sarà un banco di prova decisivo. Non si tratta solo di difendere un comparto produttivo, ma di affermare un principio: che la sostenibilità ambientale non può essere disgiunta da quella economica e sociale. Che la transizione ecologica non può essere imposta, ma va costruita insieme. Che la pesca non è un problema da risolvere, ma una risorsa da valorizzare.

EB