martedì 20 Gennaio 2026
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Baby gang: l’emergenza non è soltanto cronaca, è crisi di tessuto sociale, educativa e culturale

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TERMOLI. Le immagini diffuse ieri sera su gruppi e contatti WhatsApp, che immortalano aggressione in branco contro un minore, ad opera di altri suoi coetanei, non sono che la punta dell’iceberg di una deriva sociale senza più inibizioni e con regole che non riescono a frenare gli impeti selvaggi.

Proprio stamani, l’allarme Baby gang è stato rinnovato per città importanti a livello nazionale, ma è uno spaccato anche della nostra provincia, come avvenuto proprio a Santa Croce di Magliano.

È da tempo che denunciamo il fenomeno inquietante di gruppi di adolescenti che non solo vandalizzano spazi pubblici ma, in alcuni casi, compiono atti di violenza e intimidazione.

Quanto accaduto nell’ultimo contesto non è che l’ennesima goccia di un vaso ormai colmo, che si riempie di tante responsabilità, quelle che si annidano in una società sempre più fluida e sempre meno salda, nei valori e nei principi.

Ma l’emergenza non è soltanto cronaca. È, prima di tutto, una crisi di tessuto sociale, educativa e culturale.

Le baby gang non nascono dal nulla. Non sono una moda passeggera né una goliardata innocua. Esse rappresentano una manifestazione evidente di disagio giovanile, vulnerabilità familiare, assenza di prospettive e mancanza di reti di supporto reali.

Non si tratta solo di ragazzi che rompono panchine o sporcano i muri: si tratta di giovani che non riconoscono lo spazio pubblico come patrimonio comune, che non percepiscono il valore delle regole, e che trovano nella violenza o nell’irriverenza strumenti per affermare la propria identità.

È un disagio che affonda le radici nei contesti periferici, dove la noia si trasforma in anarchia, la solitudine in ricerca di gruppo e l’assenza di figure di riferimento in un vuoto valoriale che si riempie con poco, male e spesso con ciò che è socialmente distruttivo.

Se gli spazi di aggregazione per i giovani si limitano a slot vuoti di tempo libero e social media, allora il rischio è che qualsiasi gruppo che prometta identità, potere e visibilità diventi più attraente di qualsiasi centro giovanile o attività educativa organizzata.

Per affrontare l’emergenza delle baby gang non serve un solo intervento: serve un patto culturale e sociale che investa in educazione, prevenzione e responsabilità condivisa.

Le istituzioni devono: rafforzare le reti di supporto educativo nelle scuole e nei quartieri; promuovere attività extrascolastiche strutturate e non improvvisate; sostenere famiglie e genitori nella costruzione di competenze educative; non temere il dibattito pubblico quando serve a comprendere i fenomeni, non a strumentalizzarli.

La comunità tutta deve reclamare un protagonismo attivo, non limitarsi a guardare i fatti con distacco o, peggio, considerare la questione un fatto di cronaca da archiviare in fretta.

Perché, in ultima analisi, le baby gang non sono il problema di pochi ragazzi: sono la cartina di tornasole di una società che, se non affronta i suoi squilibri profondi, rischia di generare sempre più fragilità mascherate da violenza.

Voltarsi dall’altra parte non è più un’opzione. Non perché la paura debba trasformarsi in allarmismo, ma perché il silenzio diventa complicità. La responsabilità non è solo quella di arrestare o reprimere i comportamenti devianti, ma di comprendere, prevenire e costruire un futuro in cui i giovani trovino un senso positivo alla loro esistenza, dentro le regole, dentro la comunità e dentro il rispetto reciproco.

Emanuele Bracone