ROMA. A fine anno i numeri non sono più cifre: diventano diagnosi. E la diagnosi del sistema penitenziario italiano, letta attraverso la piccola ma rivelatrice realtà molisana, è quella di un corpo istituzionale in sofferenza acuta. Il Molise, con i suoi tre istituti – Campobasso, Larino, Isernia – è oggi la fotografia più nitida di ciò che accade nel resto del Paese: sovraffollamento crescente, personale ridotto all’osso, condizioni di detenzione che si allontanano sempre più dal dettato costituzionale
Nel 2022 i detenuti presenti negli istituti molisani erano 339. Oggi, dopo tre anni di governo Meloni, sono diventati 427: 88 persone in più, l’equivalente di due carceri come quello di Isernia riempite da zero. Un dato che, da solo, basterebbe a raccontare la portata del problema. Ma è solo l’inizio.
Campobasso, Larino, Isernia: tre istituti, un’unica traiettoria
L’istituto di Campobasso è passato da 131 a 184 detenuti: +53.
Larino da 153 a 163: +10.
Isernia da 55 a 80: +25.
Una crescita costante, che non trova alcuna compensazione in termini di personale. Perché mentre i detenuti aumentano, gli agenti diminuiscono. Il Molise non fa eccezione: segue il trend nazionale di un comparto che, secondo le stime del Cnpp-Spp, manca oggi di almeno 10.000 unità di Polizia Penitenziaria. E il dato più inquietante è che, nonostante i nuovi arruolamenti degli ultimi tre anni, il recupero reale è stato di appena 700 agenti. A questo ritmo, per colmare il vuoto serviranno più di dieci anni.
Se allarghiamo lo sguardo al quadro nazionale, la situazione diventa ancora più eloquente. Nel 1992 i detenuti erano 44.134. Oggi, a novembre 2025, sono 63.868: quasi 20.000 in più.
E con l’aumento delle presenze cresce anche il numero dei morti: 224 decessi nel 2025, di cui 76 suicidi. Numeri che riportano al centro un tema che non è solo statistico, ma etico: la pena che perde il legame con la dignità della persona, come ricordato da Radio Radicale nella rubrica “Osservatorio giustizia”.
Il Molise, in questo scenario, non è un’eccezione periferica: è un campanello d’allarme. Una regione piccola, con strutture piccole, che però registra aumenti percentuali più alti della media nazionale. Se qui il sistema va in sofferenza, significa che la tenuta complessiva è fragile.
Il nodo irrisolto: meno agenti, più rischio
Il depauperamento del personale non è un dettaglio tecnico: è un fattore che incide direttamente sulla sicurezza, sulla prevenzione dei suicidi, sulla gestione quotidiana delle sezioni. Le nuove specializzazioni (GOM, Cinofili, NIC, NIR, GIO, GIR, Navale) hanno sottratto agenti agli istituti senza che vi fosse un reale reintegro. Il blocco degli arruolamenti imposto dalla Spending Review e dal decreto Madia ha fatto il resto.
È difficile immaginare che un sistema così impoverito possa garantire vigilanza, ascolto, prevenzione. E infatti i numeri parlano chiaro: dal 2022 al 2025, sotto l’attuale governo, il tasso medio di suicidi è salito a 7,96 ogni 10.000 detenuti, contro una media storica (1992-2021) di 4,14. Le morti naturali sono passate da 7,1 a 11,4 ogni 10.000.
Quando una regione piccola come il Molise registra un aumento di 88 detenuti in tre anni, significa che il sistema non ha margini. Significa che ogni nuovo ingresso pesa come un macigno. Significa che la distanza tra la realtà e la Costituzione si allarga.
Il Molise, oggi, è la lente che ingrandisce il problema nazionale: un territorio che non può permettersi di ignorare ciò che accade nelle sue carceri, perché ciò che accade nelle sue carceri racconta ciò che accade allo Stato.
E se la legge dei numeri è inesorabile, come ricorda Mauro Nardella, allora è proprio da quei numeri che bisogna ripartire.
EB
