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lunedì 8 Dicembre 2025
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Civiltà e informazione: «Senza quella finestra non saremmo più liberi»

TERMOLI. Un contributo che ha voluto confezionare dopo il recente assalto alla “Stampa”, di nome e di fatto, quello che Nicola Di Toro, responsabile Forza Italia Giovani, ha inteso riservarci, a commento degli ultimi eventi.

L’assalto alla redazione de “La Stampa” non è stato soltanto un atto di protesta degenerata: è stato un colpo inferto al cuore di un diritto che credevo incrollabile, quasi una specie di faro civico che nessuno avrebbe osato spegnere. E invece eccoci qui, a misurare l’ombra di un gesto che tenta di intimidire chi informa, chi racconta, chi ogni giorno prova a tenere la realtà in equilibrio sulle proprie parole.

A indignarmi non è solo l’azione in sé — che già basterebbe — ma anche e soprattutto le parole di Francesca Albanese, secondo cui quell’assalto sarebbe un “monito per i giornalisti”. Un monito. Come se la violenza potesse assurgere a strumento pedagogico, come se il messaggio da trarre fosse “imparate a stare al vostro posto”. Una lettura che rovescia la logica democratica, e che mi ha lasciato una sensazione di freddo alla nuca, come quando si capisce che la linea del rispetto è stata superata e qualcuno lo considera persino legittimo.

Ancora più sconcertante è la difesa che alcune forze della sinistra liberale le hanno cucito attorno, le stesse che appena ieri gridavano allo scandalo per una possibile querela del governo verso un quotidiano. Allora era “attacco alla libertà di stampa”, oggi invece si minimizza un’incursione violenta in una redazione. Questa dissonanza stona come una nota sbagliata in un concerto silenzioso: ti costringe a chiederti dove sia finito il senso della coerenza, e perché la libertà di stampa venga difesa a giorni alterni.

I giornali rimangono, ancora oggi, uno dei pochi spazi in cui la complessità del mondo riesce a prendere forma prima di precipitare nel rumore delle reazioni istantanee. Sono macchine fragili e potenti allo stesso tempo, capaci di trasmettere ai cittadini ciò che altrimenti rimarrebbe nascosto sotto uno spesso strato di caos. Sostenere questo ecosistema non è un capriccio: è un dovere civico. Perché un Paese che smette di informarsi diventa molle, permeabile, manipolabile.

Il lavoro del giornalista è un lavoro prezioso, persino quando ci irrita, quando ci contraddice, quando ci obbliga a vedere ciò che preferiremmo ignorare. È un mestiere che vive sul filo, continuamente esposto a pressioni, errori, responsabilità enormi. E proprio per questo va difeso con determinazione, senza esitazioni. Il giornalismo non è un accessorio: è un pilastro, uno di quelli che regge l’architettura di uno Stato democratico come una trave portante regge il soffitto di una casa.

Quello che è accaduto deve ricordarci che la libertà di stampa non è un trofeo appeso al muro, ma un organismo vivo. Respira con il Paese, soffre con il Paese, e può essere ferito. Tocca a noi curarlo, proteggerlo, nutrirlo. Non con slogan o indignazioni lampo, ma con la stessa cura con cui si tutela qualcosa di cui non si può fare a meno.

Se permettiamo che la violenza o l’intimidazione diventino linguaggio legittimo contro chi informa, stiamo consegnando a qualcun altro le chiavi del nostro pensiero. E questo — lo sento forte come un pugno sul tavolo — non posso accettarlo. Non posso accettare che la libertà di stampa venga trattata come una pedina ideologica, né che chi dovrebbe difenderla la usi come strumento retorico a convenienza.

In un tempo in cui tutto sembra scivolare veloce, io voglio fermarmi un istante e dire chiaramente da che parte sto: dalla parte di chi ogni giorno prova a raccontare il mondo, anche quando farlo significa attirarsi addosso critiche, pressioni, insulti. Dalla parte di chi tiene aperta una finestra quando altri preferirebbero tirare le tende.

Perché senza quella finestra, semplicemente, non saremmo più liberi.

Nicola Di Toro