mercoledì 21 Gennaio 2026
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Clima infuocato nel confronto sulla sicurezza dopo il pestaggio tra adolescenti

SANTA CROCE DI MAGLIANO. A Santa Croce di Magliano la paura non è più rimasta fuori. Ha attraversato la soglia del Municipio, ha riempito ogni sedia della sala consiliare e ha preso parola, una voce dopo l’altra, nel pomeriggio di lunedì 15 dicembre. Quello che doveva essere un incontro informativo sulle truffe agli anziani si è trasformato in un confronto durissimo, a tratti lacerante, su un tema che il paese non riesce più a eludere: la violenza giovanile e il clima di intimidazione che da settimane grava sulla comunità.

La sala era gremita come non accadeva da anni. Nessun posto libero, persone in piedi, tensione palpabile. Non una partecipazione rituale, ma una presenza carica di rabbia, paura, bisogno di risposte. Cittadini comuni, commercianti, famiglie, anziani: un paese intero che ha scelto di portare dentro il luogo simbolo delle istituzioni ciò che fino a quel momento si era consumato per strada, nei silenzi, nelle chat, nei racconti a mezza voce.

L’incontro era stato convocato dall’amministrazione comunale insieme al comandante della stazione dei Carabinieri, il maresciallo Matteo Diamilla, con un obiettivo preciso: informare i cittadini, soprattutto gli anziani, sui rischi delle truffe a domicilio. Un tema serio, concreto, che continua a colpire le fasce più fragili. Ma fin dalle prime battute è apparso chiaro che il paese era lì per altro.

Dopo gli interventi introduttivi del sindaco Alberto Florio e del maresciallo Diamilla, dedicati alle modalità più comuni delle truffe e alle buone pratiche di prevenzione, il dibattito ha cambiato direzione. In modo netto. Dalle truffe si è passati alla violenza. Dai consigli alla paura. Dalla prevenzione alla richiesta di giustizia.

Il detonatore è stato il grave episodio che nei giorni precedenti ha scosso Santa Croce di Magliano: il brutale pestaggio di un ragazzo di 14 anni da parte di alcuni coetanei. Un fatto che ha superato il confine della cronaca per diventare una ferita collettiva. Un episodio che ha infranto l’illusione, ancora molto radicata nei piccoli centri, che certe cose “qui non succedono”.

Succedono, invece. E quando succedono in un paese dove tutti si conoscono, fanno ancora più rumore.

Dal pubblico hanno iniziato ad arrivare testimonianze, racconti, accuse. Episodi che, messi uno accanto all’altro, hanno composto un quadro inquietante: aggressioni fisiche, minacce, intimidazioni, richieste di denaro, pressioni sulle vittime affinché non denunciassero o ritirassero le querele. Non fatti isolati, ma una sequenza che secondo molti cittadini va avanti da tempo.

Tra i racconti più duri, anche quello dell’aggressione a una persona invalida, finita in ospedale e oggi ospite di una struttura per anziani, con conseguenze pesanti anche sul piano psicologico. Un episodio che ha colpito profondamente la comunità perché ha superato ogni limite, rendendo evidente quanto il problema non riguardi più solo ragazzate o bravate.

A emergere con forza non è stata solo la violenza in sé, ma il clima che la circonda. Paura di esporsi, timore di ritorsioni, senso di solitudine delle vittime. Più interventi hanno parlato apertamente di pressioni esercitate per minimizzare, giustificare, far finta di nulla. Un silenzio che, secondo molti, ha finito per rafforzare chi usa la sopraffazione.

I presunti responsabili, stando a quanto emerso nel dibattito, sono giovanissimi, in alcuni casi appena quattordicenni. Ragazzi del posto, conosciuti, inseriti in un contesto familiare e sociale che avrebbe dovuto proteggerli e invece, secondo molte voci, non è riuscito a fermarli. Una sorta di “banda” che negli anni avrebbe già dato segnali attraverso atti vandalici e comportamenti intimidatori, spesso sottovalutati o rimasti impuniti.

Il confronto si è acceso rapidamente. I toni sono saliti, le parole si sono fatte dure. Qualcuno ha chiamato in causa direttamente le istituzioni, accusandole di non aver fatto abbastanza. Altri hanno puntato il dito contro le famiglie, ritenute corresponsabili per aver minimizzato o coperto certi comportamenti.

Il momento più delicato è arrivato quando alcuni cittadini hanno chiesto conto direttamente al comandante dei Carabinieri dell’identità dei responsabili e dello stato delle indagini. Il maresciallo Matteo Diamilla ha risposto con fermezza ma anche con realismo, chiarendo di non poter fornire dettagli su indagini in corso. Ha però ribadito un concetto centrale: la presenza dell’Arma sul territorio c’è, così come l’impegno quotidiano, ma senza denunce, senza testimonianze, senza collaborazione attiva da parte dei cittadini, ogni intervento diventa inevitabilmente più complesso.

Diamilla ha anche lanciato un monito chiaro, accolto da un silenzio teso in sala: il rischio è che la paura e la rabbia spingano verso soluzioni pericolose, come la giustizia privata. Una strada che non porta sicurezza, ma ulteriore caos e nuove vittime.

Il sindaco Alberto Florio è intervenuto più volte nel corso dell’assemblea, cercando di tenere insieme i diversi piani del confronto. Ha riconosciuto apertamente lo stato emotivo che attraversa il paese. «Ci troviamo davanti a una comunità ferita e arrabbiata – ha dichiarato –. Abbiamo discusso di un argomento che non avremmo mai voluto affrontare».

Il primo cittadino ha definito l’aggressione al quattordicenne un episodio di violenza grave, immediatamente segnalato alle autorità competenti. Allo stesso tempo ha invitato a evitare processi sommari e strumentalizzazioni, richiamando al rispetto dei ruoli istituzionali. Pur escludendo l’esistenza di una vera e propria emergenza sociale, Florio ha sottolineato che quanto accaduto non può essere archiviato come un fatto isolato o una semplice bravata.

Nel suo intervento, il sindaco ha ricordato i contatti già avviati con la Prefettura e con i vertici provinciali dei Carabinieri, la richiesta di una maggiore attenzione sul territorio e il coinvolgimento dei servizi sociali. Ha ribadito che il Comune non intende voltarsi dall’altra parte, ma ha anche chiarito che non esistono risposte semplici o immediate.

Florio ha annunciato l’organizzazione di un secondo convegno dedicato al bullismo e al disagio giovanile, che coinvolgerà scuola, parrocchia, famiglie e istituzioni. «La prevenzione – ha spiegato – passa dalla sinergia. Scuola, famiglia e comunità devono camminare insieme».

Nel corso dell’assemblea sono intervenuti anche esponenti della minoranza consiliare, che hanno annunciato una richiesta formale alla Prefettura per garantire maggiore tutela alla famiglia del ragazzo aggredito. Una situazione ritenuta particolarmente fragile: la madre vive sola con tre figli, mentre il padre lavora all’estero. È stata inoltre proposta una raccolta firme per sostenere l’iniziativa e chiedere maggiore sorveglianza.

L’amministrazione comunale ha espresso piena solidarietà alla famiglia del quattordicenne. «Ho sentito la madre nei giorni scorsi – ha detto il sindaco –. Come Comune faremo la nostra parte, ma come uomini e donne non possiamo restare indifferenti».

L’assemblea si è chiusa senza soluzioni immediate e con gli animi ancora accesi. Ma con un dato ormai impossibile da ignorare: Santa Croce di Magliano ha smesso di fingere che il problema non esista. La sicurezza è diventata una questione pubblica, collettiva, politica.

La sala consiliare piena è stata letta da molti come un primo segnale di reazione. Non risolutivo, ma significativo. Una comunità che decide di guardare in faccia la propria paura è una comunità che conserva ancora gli strumenti per affrontarla. Ma il tempo delle parole, da solo, non basterà. Serviranno scelte, continuità, coraggio. Soprattutto quando si tratterà di rompere equilibri comodi e silenzi complici.

Santa Croce di Magliano è davanti a una prova che va oltre la cronaca. Riguarda il modello di convivenza, il rapporto tra generazioni, il confine sottile tra comprensione e tolleranza dell’inaccettabile. L’incontro nato “contro le truffe” ha finito per dire una verità più grande: la sicurezza non è solo una questione di pattuglie, ma di comunità. E adesso quella comunità è chiamata a decidere chi vuole essere.

EB