SANTA CROCE DI MAGLIANO. A Santa Croce cresce l’allarme per una serie di episodi di violenza riconducibili a un gruppo di adolescenti che, da tempo, sta creando un clima di paura e insicurezza. Non si tratta di un singolo fatto isolato, ma di una sequenza di azioni sempre più gravi che hanno colpito persone diverse, in momenti diversi, con modalità diverse.
Uno degli episodi più noti riguarda un giovane del quartiere, una persona fragile, conosciuta da tutti per il suo carattere riservato e per una vita semplice, fatta di piccoli lavori quotidiani. Portava i cani di una signora, non dava fastidio a nessuno, stava sempre per i fatti suoi. È stato preso di mira, minacciato e aggredito. Le conseguenze sono state pesanti: il ragazzo oggi vive in un istituto, lontano dalla sua casa, perché ha paura, non riesce più a dormire serenamente nel suo letto. Nell’aggressione ha riportato anche una frattura alla spalla. Un trauma fisico, ma soprattutto psicologico.
Ma la lista non finisce qui. Negli stessi mesi si sono moltiplicati altri episodi: auto graffiate, atti vandalici, intimidazioni ai danni di cittadini. In un caso, un uomo che rientrava a casa dopo il lavoro, passando per la villa, sarebbe stato accerchiato: l’obiettivo, secondo quanto riferito, era quello di derubarlo dell’incasso della giornata. Un tentativo di rapina vero e proprio, non una bravata.
L’ultimo episodio, però, segna un salto di qualità inquietante. Un altro ragazzo – una persona diversa rispetto al giovane finito in istituto – è stato aggredito e preso a calci in testa nel centro di Santa Croce. Un’aggressione brutale, diretta, senza alcuna provocazione. Un atto che ha scioccato chi ha visto, chi ha saputo, chi ha ascoltato i racconti circolati nelle ore successive.
Qui non siamo più davanti a ragazzate, né a episodi isolati. Qui c’è un schema, una ripetizione di comportamenti violenti, una ricerca sistematica della prevaricazione, quasi un bisogno di dominio sugli altri, spesso su chi è più debole, più solo, più indifeso.
E allora la domanda non può più essere rimandata: chi controlla? chi interviene? chi si assume la responsabilità?
Famiglie, scuola, istituzioni, servizi sociali, forze dell’ordine: nessuno può chiamarsi fuori. Perché ogni giorno di silenzio è un giorno regalato alla violenza. Ogni minimizzazione è un messaggio sbagliato: che tanto “sono ragazzi”, che “passerà”.
Non passerà da solo.
E Santa Croce non può accettare che le sue strade diventino terreno di caccia per una baby gang. Le vittime hanno nomi, volti, ferite. E il diritto sacrosanto di vivere senza paura.
Raccontare questi fatti non è allarmismo. È dovere giornalistico.
Tacere, invece, sarebbe complicità.
Alberta Zulli

