CAMPOBASSO. «La sanità attrattiva è un concetto serio e va affrontato con serietà». Con queste parole l’avvocato Vincenzo Iacovino apre una riflessione che va oltre la polemica contingente e punta al cuore del problema: la capacità di un sistema sanitario di attrarre pazienti e professionisti, generare mobilità attiva, garantire qualità e sicurezza delle cure. «È la soluzione per rendere le regioni più competitive, efficienti e desiderabili sia per chi si cura sia per chi lavora nel settore», afferma. Ma per farlo, aggiunge, «bisogna affrontare la carenza di personale e valorizzare la professionalità».
Iacovino non usa giri di parole: «È un dato certo la fuga di medici e infermieri dal Servizio Sanitario Nazionale. È un dato certo la mancanza di medici, anche grazie alla gestione folle del numero chiuso in medicina». A questo si somma un altro elemento: «Nessuno può costringere nessuno a curarsi. Oggi molti rinunciano alle cure per le lunghe liste d’attesa o per mancanza di risorse economiche. Molti si rivolgono al privato, aumentando la pressione sul pubblico». E, allo stesso modo, «nessuno può costringere i medici a partecipare a un concorso».
Da qui la domanda provocatoria ma inevitabile: «A un figlio medico, chi consiglierebbe di fare un concorso all’ospedale di Agnone?» E subito dopo: «Chi si ricovererebbe ad Agnone piuttosto che in un ospedale con specializzazioni elevate?» Agnone è un simbolo, ma potrebbe esserlo qualunque altro presidio molisano. «Questa sanità, così com’è ridotta, non è appetibile né per i medici né per chi si deve ricoverare».
Il quadro nazionale conferma la gravità della situazione. Iacovino richiama i dati dell’ottavo Rapporto Gimbe: «Gli italiani hanno speso di tasca propria 41,3 miliardi per prestazioni sanitarie necessarie; oltre 5,8 milioni hanno rinunciato del tutto alle cure. Solo 13 Regioni rispettano i LEA. Persiste il divario tra Nord e Sud, con pazienti meridionali costretti a migrare. E mentre la sanità pubblica arranca, avanza il privato puro». È su questi numeri, insiste, che bisogna confrontarsi.
Il Molise, però, sconta problemi ulteriori: «Debiti pregressi contratti con disinvoltura, conti poco chiari e non verificati, un fondo sanitario distribuito sulla base della popolazione, una popolazione che invecchia e diminuisce, un commissariamento che va avanti dal 2012 con debito ormai strutturato, ospedali rimaneggiati, divieto di nuove assunzioni, concorsi andati deserti perché la sanità molisana è poco attrattiva».
Per uscire da questa spirale serve, secondo Iacovino, «impegno e coraggio». E propone una serie di interventi netti:
«A) rivedere i conti dal 2009 in poi in modo analitico;
B. riorganizzare gli ospedali e la rete ospedaliera;
C. aumentare gli stipendi del personale e creare percorsi di carriera certi e oggettivi;
D. prevedere la mobilità dei medici dell’unica ASREM per colmare le carenze;
E. fare di Agnone un ospedale di prossimità con eliporto e accordi di confine;
F. trasformare Larino in un centro di riabilitazione, anche post-Covid, gemellato con lo Spallanzani;
G. riconoscere a Campobasso un DEA di II livello, anche in deroga;
H. definire Isernia e Termoli come ospedali spoke;
I. riorganizzare la medicina territoriale e di prossimità;
J. fermare i pagamenti di prestazioni inappropriate o extra budget ai privati convenzionati;
K. recuperare gli indebiti per prestazioni inappropriate o extra budget, per centinaia di milioni;
L. riorganizzare i reparti».
Secondo Iacovino, esempi virtuosi esistono già: «Al Cardarelli un primario coraggioso ha messo su una squadra e sta rivoluzionando l’ortopedia, creando mobilità attiva. Ha reso appetibile il Cardarelli per la specialistica». È la dimostrazione che «bisogna avere il coraggio di fare scelte coraggiose».
La conclusione è un appello: «Questo può accadere solo con personale, dirigenti e manager professionali e con una politica unita, intelligente, consapevole e preparata. Il Molise si può ancora salvare. Basta volerlo».
EB
