venerdì 16 Gennaio 2026
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«Ribellarsi non è più un gesto politico: è un dovere civile», l’evoluzione del “Dibba-pensiero”

TERMOLI. Al netto dell’intervista che con estrema cordialità ci ha rilasciato, la verve di Alessandro Di Battista, “Dibba” per molti dei presenti in sala, ha preso la scena, dalle 18 di ieri, in un cinema Sant’Antonio gremito.

Arrivato in città per presentare il suo libro “Democrazia Deviata”, ospite dell’iniziativa targata “Molise in Rete”.

Un appuntamento che, già prima dell’inizio, aveva il sapore delle grandi occasioni. «Un testo che non lascia indifferenti – ha esordito Andrea Montesanto (per Molise in rete) – capace di analizzare con stile diretto e senza sconti le fragilità del sistema democratico contemporaneo: i rapporti opachi tra poteri, le dinamiche internazionali che sovrastano la volontà popolare, il ruolo dei media e i limiti dei processi decisionali».

Sul palco, insieme a lui, due voci autorevoli chiamate ad arricchire la discussione: il consigliere regionale Massimo Romano e l’avvocato amministrativista e cassazionista Pino Ruta.

Il primo, in un intervento lucido e tagliente, ha puntato il dito contro l’astensione record che affligge l’Italia: «Il 60% di astensionismo – ha detto – non è una malattia della democrazia, ma la garanzia di sopravvivenza del peggior sistema partitico che da anni occupa ogni spazio della vita pubblica. La politica finge di indignarsi, ma in realtà questo livello di astensione è un vantaggio per chi altrimenti non vincerebbe mai». Romano ha ampliato il discorso fino a proporre una provocazione potente: «La vera riforma non è la separazione delle carriere tra PM e giudici, ma la separazione delle carriere tra i venduti e quelli che hanno ancora la schiena dritta. Di Battista è un esempio vivente di chi ha sacrificato posizioni personali pur di non tradire un’idea».

Poi, senza giri di parole, ha richiamato la necessità urgente di riportare nell’impegno pubblico persone serie, indipendenti, disposte anche a rimetterci pur di non farsi cooptare. «Oggi in Italia c’è un vuoto enorme – ha concluso – e se non sarà riempito da figure coerenti, continueranno a vincere solo le consorterie, non le idee».

A seguire, l’intervento intenso e appassionato dell’avvocato Ruta, che ha spostato lo sguardo su una dimensione più ampia, quasi antropologica: «Il libro di Di Battista – ha affermato – alza il livello. Non parla più solo di politica italiana, ma della crisi profonda dell’Occidente, ormai silente davanti ai genocidi e alle guerre costruite a tavolino. Non è più una questione di destra o sinistra: è una questione umana». Ruta ha ricordato come molte guerre moderne non siano più combattute tra eserciti, ma contro i civili, nell’indifferenza generale. «La menzogna – ha detto – non si costruisce solo con le parole, ma soprattutto con i silenzi: i silenzi della politica e quelli della stampa. Oggi tacere significa essere complici».

Non sono mancati momenti accesi con il pubblico, prontamente ricondotti alla calma, a dimostrazione del clima vibrante e coinvolto della serata.

Tra i presenti in sala anche Andrea Greco, l’ex senatore Gianluca Castaldi e l’ex consigliere comunale Antonio Bovio, per riferisci al mondo pentastellato di oggi e di ieri.

Quando Di Battista ha preso la parola, l’attenzione è diventata quasi palpabile. «Le presentazioni dei libri – ha esordito – sono un pretesto: io faccio politica al di fuori delle istituzioni e senza prendere un euro di denaro pubblico. Questo dà valore alle battaglie che porto avanti». Poi la lunga, articolata ricostruzione dei nodi democratici, geopolitici e informativi che, secondo lui, stanno mettendo a rischio il futuro dell’Italia e dell’Europa.

Ha raccontato episodi inediti del suo passato parlamentare, come la richiesta di “rassicurare Washington” prima dell’eventuale formazione di un governo Cinque Stelle: «Mi dissero che dovevo organizzare un viaggio negli USA per spiegare che non ero contro la NATO e Israele. Ma io mi domando: da quando bisogna rassicurare potenze straniere per diventare ministri nel proprio Paese?».

Poi il tema centrale: la narrazione bellicista. Per Di Battista, l’Occidente starebbe costruendo ogni giorno il consenso necessario per rendere inevitabile un conflitto futuro: «Ci bombardano mediaticamente per convincerci che la guerra sia l’unica strada. Ma io ho due figli piccoli e ho paura. Paura che questa follia possa trascinarci in una guerra vera, la terza guerra mondiale».

Un lungo passaggio è stato dedicato anche alla Russia, ricostruita attraverso storia, numeri e contesto: «I russi non hanno alcun interesse a invaderci. Sono un popolo che porta nella memoria le invasioni subite. Ma se sente minacce continue, reagisce. E quando la stampa titola “Putin minaccia l’Europa”, distorce completamente la realtà».

Di Battista ha parlato del declino demografico italiano, dei poteri finanziari globali, del ruolo dei colossi dell’industria bellica, del rapporto tra media e propaganda. Ha ricordato gli errori dell’intervento in Afghanistan e in Iraq, le bugie sulle armi di distruzione di massa, le distorsioni semantiche (“missioni di pace” invece di “invasioni”), fino ad arrivare al massacro di Gaza: «Non perché spengono le telecamere smettono di uccidere».

La sua testimonianza si è intrecciata più volte a episodi personali: dalle espulsioni alla Camera ai rifiuti “costosi” sul piano politico ma fondamentali per la propria coerenza. «La vita è una – ha detto – e io voglio poter camminare a testa alta. Anche se significa andare contro tutto e tutti».

La serata si è chiusa con un appello che ha raccolto un lungo applauso: «Ribellarsi non è più un gesto politico: è un dovere civile. Non possiamo lasciare che la paura, la propaganda e i potenti del mondo scrivano il nostro destino. Informiamoci, discutiamo, cerchiamo la verità. Perché la terza guerra mondiale non sia mai possibile».

Un incontro intenso, partecipato, a tratti duro, che ha lasciato nella sala la sensazione di aver assistito non solo alla presentazione di un libro, ma a una chiamata collettiva alla consapevolezza.

Emanuele Bracone