martedì 13 Gennaio 2026
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«Sentitevi responsabili e non rassegnatevi», ecco il monito del Presidente Sergio Mattarella per il 2026

ROMA. Nell’ultima sera dell’anno Sergio Mattarella non ha alzato la voce. Non ne ha mai avuto bisogno. La sua forza è la misura, la pazienza, quella calma severa che non urla ma indica, contiene, richiama. Anche questa volta, nel messaggio di fine anno, il Presidente della Repubblica ha parlato agli italiani senza enfasi e senza scorciatoie, scegliendo la strada più difficile: chiedere responsabilità, dialogo, fiducia. Non promesse, non propaganda. Un invito a guardarsi dentro, come popolo e come individui.

Il 2026, ha ricordato, segnerà gli ottant’anni della Repubblica. Un compleanno che viene caricato di senso: non semplice anniversario, ma occasione per misurare chi eravamo e chi vogliamo essere. “La Repubblica siamo noi, ciascuno di noi”. È questa la frase-chiave, la sintesi più netta di tutto il discorso.

Il Presidente ha aperto con ciò che brucia oggi nel mondo: le guerre. L’immagine evocata è dura, volutamente concreta. Case sventrate dai bombardamenti in Ucraina, centrali distrutte, famiglie al gelo nel cuore dell’inverno. Bambini, anziani, donne lasciati al buio e al freddo. È uno scenario che non possiamo digerire come un rumore di fondo. La pace – dice Mattarella – non è un bene astratto: è un metodo, un modo di pensare, una scelta quotidiana. Non si costruisce con la forza ma con il rispetto, non con l’imposizione ma con l’ascolto.

L’Italia che discute, si divide, si accusa. E rischia di dimenticare che la politica serve a ricucire

Il Presidente parla chiaro: se ogni questione diventa pretesto per litigi, risse verbali, delegittimazioni reciproche, non stiamo costruendo pace. E non stiamo neppure facendo politica. Siamo nel tempo in cui la polemica corre più veloce delle soluzioni, in cui il dibattito sembra un ring. Mattarella invita a spegnere l’odio, a “fermare le parole” quando feriscono. Non un invito al silenzio, ma alla maturità.

Ottant’anni di Repubblica: un mosaico di conquiste, dolore, coraggio

Per spiegare che cos’è l’Italia, Mattarella non elenca date. Racconta immagini. Come in un album di famiglia: le donne al voto nel 1946, l’Assemblea Costituente che discute, litiga e poi scrive la Carta. L’ingresso nell’Europa con i Trattati di Roma. Le fabbriche, gli operai, il lavoro che diventa emancipazione. Lo Statuto dei lavoratori, la costruzione dello Stato sociale, il Servizio sanitario nazionale che garantisce cure gratuite e universali.

Poi le ombre: la strategia della tensione, il terrorismo, i volti di Falcone e Borsellino. Due nomi che il Paese dovrebbe pronunciare ogni volta che pretende giustizia. L’Italia ha conosciuto la violenza e il sangue, ma non si è inginocchiata. Ha reagito, ha scelto la legalità come identità.

Lo sport diventa un’altra tessera del mosaico: le Olimpiadi del ’60, l’inclusione paralimpica prima di tutti, il tricolore che sale mentre l’inno suona. Una comunità si riconosce anche nel modo in cui gioisce.

Le sfide del presente: povertà, diseguaglianze, ambiente, tecnologia. Il futuro non aspetta

Mattarella non elude le questioni aperte. Ricorda la povertà che cresce, le ingiustizie che feriscono il patto sociale, la corruzione, l’evasione fiscale, i reati ambientali. Crepe che rischiano di intaccare la fiducia reciproca. I problemi sono concreti, urgenti, materia politica vera: non opinioni.

Sul mondo che cambia il Presidente è netto: viviamo in un tempo globale, in cui economia, clima, tecnologia, sicurezza e terrorismo non conoscono confini. Non possiamo affrontare tutto da soli, né come individui né come nazione isolata.

“Ai giovani dico: non rassegnatevi”. La Repubblica ha bisogno di loro

C’è un passaggio che pesa più degli altri: l’appello ai giovani, spesso descritti – a torto – come disinteressati, arrabbiati, apatici. Mattarella li chiama per nome e responsabilità. Chiede partecipazione, non disillusione. Ricorda che la generazione che ricostruì l’Italia lo fece senza certezze ma con coraggio. Agli under 30 dice che il futuro non si eredita: si sceglie.

Il saluto finale non è una formula. È una consegna

“Auguri. Buon 2026.” Non è un congedo rituale. È l’ultimo atto di un discorso che non accarezza ma sollecita. L’Italia – dice il Presidente – è un Paese grande non per i suoi governi, ma per la sua società quando è coesa. Quando i principi della Costituzione non sono un testo sullo scaffale, ma un comportamento quotidiano. Il futuro dipende dalla responsabilità di ciascuno. La Repubblica non è altrove. È nella persona che guarda il messaggio in televisione, nel lavoratore, nell’insegnante, nel sindaco, nel giovane che sogna di partire e forse restare.

L’eredità del discorso è questa: non delegare. Non lamentarsi senza agire. Non dimenticare ciò che abbiamo costruito per 80 anni. Convertire memoria in impegno.

L’Italia – conclude – ha le risorse morali e civili per affrontare le insidie del tempo. La democrazia non è eterna: va curata. Come una casa abitata ogni giorno.