ROMA. Nell’ultima sera dell’anno Sergio Mattarella non ha alzato la voce. Non ne ha mai avuto bisogno. La sua forza è la misura, la pazienza, quella calma severa che non urla ma indica, contiene, richiama. Anche questa volta, nel messaggio di fine anno, il Presidente della Repubblica ha parlato agli italiani senza enfasi e senza scorciatoie, scegliendo la strada più difficile: chiedere responsabilità, dialogo, fiducia. Non promesse, non propaganda. Un invito a guardarsi dentro, come popolo e come individui.
Il 2026, ha ricordato, segnerà gli ottant’anni della Repubblica. Un compleanno che viene caricato di senso: non semplice anniversario, ma occasione per misurare chi eravamo e chi vogliamo essere. “La Repubblica siamo noi, ciascuno di noi”. È questa la frase-chiave, la sintesi più netta di tutto il discorso.
Il Presidente ha aperto con ciò che brucia oggi nel mondo: le guerre. L’immagine evocata è dura, volutamente concreta. Case sventrate dai bombardamenti in Ucraina, centrali distrutte, famiglie al gelo nel cuore dell’inverno. Bambini, anziani, donne lasciati al buio e al freddo. È uno scenario che non possiamo digerire come un rumore di fondo. La pace – dice Mattarella – non è un bene astratto: è un metodo, un modo di pensare, una scelta quotidiana. Non si costruisce con la forza ma con il rispetto, non con l’imposizione ma con l’ascolto.
L’Italia che discute, si divide, si accusa. E rischia di dimenticare che la politica serve a ricucire
Il Presidente parla chiaro: se ogni questione diventa pretesto per litigi, risse verbali, delegittimazioni reciproche, non stiamo costruendo pace. E non stiamo neppure facendo politica. Siamo nel tempo in cui la polemica corre più veloce delle soluzioni, in cui il dibattito sembra un ring. Mattarella invita a spegnere l’odio, a “fermare le parole” quando feriscono. Non un invito al silenzio, ma alla maturità.
Ottant’anni di Repubblica: un mosaico di conquiste, dolore, coraggio
Per spiegare che cos’è l’Italia, Mattarella non elenca date. Racconta immagini. Come in un album di famiglia: le donne al voto nel 1946, l’Assemblea Costituente che discute, litiga e poi scrive la Carta. L’ingresso nell’Europa con i Trattati di Roma. Le fabbriche, gli operai, il lavoro che diventa emancipazione. Lo Statuto dei lavoratori, la costruzione dello Stato sociale, il Servizio sanitario nazionale che garantisce cure gratuite e universali.
Poi le ombre: la strategia della tensione, il terrorismo, i volti di Falcone e Borsellino. Due nomi che il Paese dovrebbe pronunciare ogni volta che pretende giustizia. L’Italia ha conosciuto la violenza e il sangue, ma non si è inginocchiata. Ha reagito, ha scelto la legalità come identità.
Lo sport diventa un’altra tessera del mosaico: le Olimpiadi del ’60, l’inclusione paralimpica prima di tutti, il tricolore che sale mentre l’inno suona. Una comunità si riconosce anche nel modo in cui gioisce.
Le sfide del presente: povertà, diseguaglianze, ambiente, tecnologia. Il futuro non aspetta
Mattarella non elude le questioni aperte. Ricorda la povertà che cresce, le ingiustizie che feriscono il patto sociale, la corruzione, l’evasione fiscale, i reati ambientali. Crepe che rischiano di intaccare la fiducia reciproca. I problemi sono concreti, urgenti, materia politica vera: non opinioni.
Sul mondo che cambia il Presidente è netto: viviamo in un tempo globale, in cui economia, clima, tecnologia, sicurezza e terrorismo non conoscono confini. Non possiamo affrontare tutto da soli, né come individui né come nazione isolata.
“Ai giovani dico: non rassegnatevi”. La Repubblica ha bisogno di loro
C’è un passaggio che pesa più degli altri: l’appello ai giovani, spesso descritti – a torto – come disinteressati, arrabbiati, apatici. Mattarella li chiama per nome e responsabilità. Chiede partecipazione, non disillusione. Ricorda che la generazione che ricostruì l’Italia lo fece senza certezze ma con coraggio. Agli under 30 dice che il futuro non si eredita: si sceglie.
Il saluto finale non è una formula. È una consegna
“Auguri. Buon 2026.” Non è un congedo rituale. È l’ultimo atto di un discorso che non accarezza ma sollecita. L’Italia – dice il Presidente – è un Paese grande non per i suoi governi, ma per la sua società quando è coesa. Quando i principi della Costituzione non sono un testo sullo scaffale, ma un comportamento quotidiano. Il futuro dipende dalla responsabilità di ciascuno. La Repubblica non è altrove. È nella persona che guarda il messaggio in televisione, nel lavoratore, nell’insegnante, nel sindaco, nel giovane che sogna di partire e forse restare.
L’eredità del discorso è questa: non delegare. Non lamentarsi senza agire. Non dimenticare ciò che abbiamo costruito per 80 anni. Convertire memoria in impegno.
L’Italia – conclude – ha le risorse morali e civili per affrontare le insidie del tempo. La democrazia non è eterna: va curata. Come una casa abitata ogni giorno.
