venerdì 16 Gennaio 2026
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Identità termolesi: Nicolino Bisignani, la forza di chi non si arrende mai

TERMOLI. Dopo Mastro Ennio u’ varvire, sempre all’interno della struttura Solidalia Opera Serena, oggi mi sono ritrovato davanti a un’altra colonna della nostra Termoli, un personaggio che ha scritto sorrisi e umanità per un’intera vita: Nicolino Bisignani.

Nicolino è uno di quelli a cui la vita non ha mai steso tappeti rossi davanti. Anzi, fin dalla nascita, quando la medicina non era quella di oggi, ha dovuto lottare. E ha pagato un prezzo che molti della sua generazione, purtroppo, hanno pagato.
Ma lui, oggi 83 anni e ancora quegli occhi azzurri che bucano l’anima, non si è mai arreso. Mai.

Ha sempre preso la vita a cornate, come un toro indomito, con quella strategia che solo i forti hanno: il sorriso. Il suo marchio di fabbrica.
Era lui a fare coraggio agli altri, anche quando, a ben vedere, sarebbe toccato a noi farlo con lui. Sempre pronto alla battuta, sempre leggero, sempre rispettoso del confine: sapeva scherzare senza mai ferire. Una qualità rara. Una qualità che ti nasce dentro.

Da ragazzo volle imparare un mestiere, e quale posto migliore della Tipografia Cappella, la scuola termolese di tanti lavoratori? Ci rimase per anni, finché la legge di allora gli permise di prendere il posto del padre in ospedale.
E lì iniziò un nuovo viaggio: ventisei anni nel reparto di Cardiologia, dentro le mura dell’ospedale di Termoli. Sempre con quel suo modo di fare “alla Nicolino”: discreto, solare, umano.

Incontrare Nicolino era come entrare in un piccolo luna park: sapevi che avresti riso. Sempre.
Un uomo buono, genuino, che ti faceva stare bene senza fare nulla di straordinario. Perché era straordinario lui.

La sua famiglia gli è sempre stata accanto: Rocco, il fratello, una copia carbone del suo carattere allegro; Lucia, la sorella, che non l’ha mai lasciato solo, accudendolo con quell’amore che solo certe famiglie sanno dare.
E quante risate, mamma mia. Lui juventino, io milanista… e giù a stuzzicarci come due ragazzini. E i Natali di una volta: il Circolo 78, il Dopolavoro ferroviario, la tombola urlata, le risate, il tavolo di Nicolino — sempre il più rumoroso, il più caciarone, il più vivo.

Quella era Termoli. Quella della spensieratezza vera.
Oggi resta un ricordo che fa male e bene insieme.

Oggi, come ieri, sono tornato nella struttura dove Nicolino è ospite.
I suoi occhi sono sempre vivi, sempre azzurri, sempre luminosi. Ma una velatura di tristezza c’è. Non serve nemmeno dirlo: la vedi, la senti.

Stava giocando a tombola con i bambini della Scuola dell’Infanzia Bim Bum Bam. E si è divertito, oh se si è divertito… quei bambini erano come nipotini improvvisati, un paio d’ore rubate alla tristezza.

Aspetta sempre il fratello Rocco, ogni giorno, ogni weekend. Ma soprattutto adesso, a Natale. Per tornare a respirare aria di casa, di festa, di famiglia.

Quando stavo andando via ci siamo guardati negli occhi.
Ci siamo abbracciati. Ci siamo dati un bacio di auguri.
E lì, in quell’istante, ho visto i suoi occhi inumidirsi. E so che lui ha visto i miei fare la stessa cosa.
Non servono parole, quando parlano gli occhi.

Gli ho promesso che sarebbe stato solo un “arrivederci”, che prima di Natale tornerò a fargli gli auguri.
Perché una persona così, di questo calibro umano, gli auguri te li strappa dal cuore.

E sì… mi ha fatto piangere.
Mi ha fatto bene piangere.

Perché persone come lui ricordano a tutti noi una cosa semplice:
la grandezza non sta in ciò che hai, ma in come guardi la vita.
Anche quando la vita ti ha fatto lo sgambetto fin dal primo giorno.

Michele Trombetta