TERMOLI. Novantasette anni fa, nel 1928, mentre Termoli era ancora un piccolo borgo affacciato sul mare e il tempo sembrava scorrere al ritmo delle maree, in Corso Nazionale nasceva una bottega destinata a diventare storia.
Nasceva ’u Tabacchine di Paolo Potalivo, non un semplice tabaccaio, ma un punto fermo dell’anima cittadina.
Una rivendita di tabacchi che odorava di carta, fumo e fiammiferi, ma soprattutto di vita vissuta, di incontri, di parole scambiate all’alba e al tramonto.
Ad aprirla fu Paolo Potalivo, capostipite di una dinastia silenziosa e laboriosa. Dopo di lui venne il figlio Osvaldo, e poi ancora una nuova generazione: Paolo, come vuole la tradizione per il primogenito, e Sandro, oggi custodi di questa bottega che esiste e resiste, proprio come il Molise: piccolo, spesso ignorato, ma capace di smentire tutti con la forza della sua identità.
Paolo Potalivo, il patriarca, era un uomo preciso fino alla maniacalità, innamorato della sua creatura.
Curava ogni dettaglio come fosse un figlio in più. All’alba era già lì: uno dei primi negozi ad aprire quando Termoli si svegliava piano piano. In quegli anni, davanti al tabaccaio passavano i marinai, diretti al porto con le loro paranze. Prima di affrontare il mare, si fermavano da lui per comprare sigarette, sigari, i “fulmenante”, quei fiammiferi lunghi come stecchini, poi sostituiti negli anni dai cerini di cera e zolfo.
All’epoca, a Termoli, le rivendite storiche erano poche: Luzzi e Potalivo. Due nomi, due istituzioni.
Paolo rimase dietro quel bancone fino a quando Nostro Signore non lo chiamò a sé.
Anche quando la titolarità passò al figlio Osvaldo, lui non smise mai di vigilare: commerciante di vecchio stampo, non riusciva a stare lontano dal suo regno.
Era sempre il primo ad aprire, sempre presente, sempre attento.
Celebri restano le macchiette pubbliche, vere e proprie scenette teatrali improvvisate, che Paolo metteva in scena con l’amico Giovanni Censori, il fiorista, già protagonista della prima puntata di Identità Termolesi.
Bastava una provocazione per accendere lo spettacolo. La frase fatidica, sussurrata con finta innocenza, era sempre la stessa:
“Paolo taja dice na’ cose… e sapute ca Giuann Censore ce vo’ accattà ’u tabacchine tuo pe quatt’ sold? È ’u vere?”
Paolo fingeva di non capire:
— “Chi ditt’?”
Gliela ripetevano. E allora partiva il sipario: prima il viaggio simbolico in quel famoso paese, poi la sentenza finale:
“Giuann vo’ accattè ’u tabacchine mi?
Mocche ve, mocche ve, ca ju venne ghi a cavece ’ngule!”
Applausi invisibili, risate di strada, Termoli che si riconosceva in quei battibecchi.
Poi arrivò il tempo dei distributori automatici di sigarette, e per Paolo fu una vera dannazione.
Non potendo più stare fisso dietro al bancone, Osvaldo cercava di tenerlo impegnato affidandogli un compito solenne: sorvegliare la macchinetta.
E Paolo lo faceva con zelo militare.
Bambini e ragazzotti, si sa, allora come oggi, provavano a fare i furbi: monete fantasma, vetri presi a schiaffi, lamentele inventate.
Paolo reagiva come solo lui sapeva fare: parole irripetibili urlate a pieni polmoni e, se serviva, anche uno schiaffone educativo.
Erano altri tempi: se i genitori lo scoprivano, invece di protestare… completavano l’opera.
Indimenticabile il ricordo di una mattina d’inverno, oltre quarant’anni fa.
Era domenica, erano le sei, l’alba era appena salita. Io dal Borgo andavo verso la radio, in via Mascilongo.
Il tabaccaio era già aperto. Davanti a me, la figura inconfondibile: cappotto scuro e coppola grigia.
Incrociammo lo sguardo. Paolo mi indicò il distributore: vetro rotto, tentato furto.
— “Buongiorno Paolo… ma che è successo?”
Lui, indicando il danno, rispose:
“Guarde che hann’ cumbinate sti fije de bona mamm’!!!”
E lo ripeteva, come una litania infinita:
“Sti fije de… sti fije de…”
Ma Paolo non era solo burbero e focoso.
Era anche un nonno affettuoso, tenerissimo con i figli di Osvaldo: Paolo e Sandro. In una fotografia che profuma di sacralità e famiglia, lo vediamo con loro nel giorno della Prima Comunione.
Oggi sono proprio loro, Paolo e Sandro, ad aver raccolto il testimone.
Novantasette anni di attività: prima il capostipite, poi Osvaldo, oggi i nipoti.
Una storia che continua, nel nome del grande nonno Paolo, uomo fatto di pasta buona e sostanza vera.
Ed è di questa gente che sono fatte le Identità Termolesi:
radici profonde, mani oneste, memoria viva.
Michele Trombetta

