TERMOLI. Quando don Benito Giorgetta ha iniziato a parlare, nella sala è calato quel silenzio particolare che non nasce dall’attesa ma dal rispetto. Quello che si riserva ai ricordi preziosi. Perché il suo nuovo libro non è solo la storia di un pontificato, né l’ennesimo contributo all’immensa bibliografia su Jorge Mario Bergoglio.
È molto di più, è la cronaca di un legame, di un filo che ha intrecciato due esistenze, un prete di periferia e un Papa, in un modo che nessuno dei presenti ha faticato a definire unico.
Papa Francesco non c’è più. La sua morte, avvenuta quest’anno, ha lasciato un’eco lunga nella Chiesa e nel mondo. Ma in questa serata termolese la sua presenza era tangibile, quasi fisica, richiamata senza retorica dalle parole, dagli episodi, dai dettagli che solo l’amicizia autentica riesce a conservare.
Un libro che racconta ciò che di solito non si dice
Il volume non parla del Papa che attraversa piazza San Pietro o che si piega sulle ferite del mondo.
Parla del Francesco che si prende il tempo di telefonare, che si preoccupa, che chiede: “Come stai davvero?”.
Parla del Papa uomo, e soprattutto dell’amico.
Don Benito non abbellisce, non edulcora. Racconta. E nel racconto torna fuori un Bergoglio capace di una prossimità che non era posa, ma natura.
Balice: “Un’amicizia vera, non sbilanciata”
Tra gli interventi più sentiti, quello del sindaco Nico Balice.
«Don Benito parla spesso di amicizia asimmetrica, come se avesse ricevuto più di quanto avesse dato- ha detto- Ma non è così. Il loro era un rapporto reciproco, fatto di ascolto e di fiducia. Un’amicizia vera, alla pari nella profondità».
Boccardi: “Si inserisce nella grande tradizione delle amicizie dei santi e dei papi”
Poi la voce del Nunzio Apostolico Leo Boccardi ha dato alla serata un respiro più ampio, quasi storico.
Ha parlato dell’amicizia come di un tema antico, che attraversa la cultura occidentale, la spiritualità e la vita della Chiesa. Ha evocato Ambrogio e Agostino, Basilio e Gregorio — “un’anima in due persone” — e poi Paolo VI con Aldo Moro, con Jacques Maritain.
E ha aggiunto, con forza: «Il libro di Don Benito non è un fatto privato. È parte di questa lunga catena di amicizie che hanno plasmato uomini e papi. Anche i papi hanno avuto amici e sono stati amici.»
L’uomo dietro il pontificato
Di Papa Francesco rimarranno le scelte, le encicliche, le frasi che hanno attraversato il pianeta.
Ma Don Benito restituisce qualcosa che quei testi non possono contenere: la quotidianità di un uomo che non ha mai smesso di essere pastore.
Il piacere del dialogo. La capacità di smorzare un peso con un sorriso. I silenzi condivisi, più eloquenti di certe omelie. E quella tenerezza concreta, così caratteristica del suo modo di essere.
La sua morte ha segnato un prima e un dopo, ma il libro di don Benito mostra ciò che resta: un’eredità fatta di gesti più che di dottrina.
Una comunità che ascolta, ricorda e si riconosce
L’atmosfera della serata ha avuto qualcosa di familiare. Non c’era distanza tra palco e pubblico. Chi era lì non ascoltava un “personaggio”, ma un testimone. Ogni episodio raccontato ha aperto una finestra su un Papa più intimo, quello che pochi hanno visto ma che molti immaginavano esistesse.
E forse è proprio questo il valore del libro, mostrare che il potere spirituale non cancella l’umanità, la amplifica.
Un lascito che non si spegne
Nel ricordo di don Benito, Francesco non è solo il Papa che ha guidato la Chiesa ma un uomo che ha lasciato un insegnamento semplice e rivoluzionario: la forza della vicinanza, dell’ascolto, delle relazioni vere.
E in una Chiesa spesso percepita come distante, questa testimonianza assume un peso nuovo.
Non è nostalgia: è eredità viva.
Il libro di Don Benito ricorda che un incontro o una telefonata può cambiare una vita. E che, a volte, perfino un Papa può essere ricordato non per ciò che ha detto dall’altare, ma per come ha guardato negli occhi un amico.
Alberta Zulli













