TERMOLI. Oggi, 27 dicembre, Festa del Molise. Sessantadue anni dopo l’istituzione della Regione, questo non può essere solo un giorno di celebrazione. Non lo merita una terra che nel corso degli ultimi decenni ha perso abitanti, imprese, servizi e fiducia; non lo merita un territorio che continua a convivere con ritardi strutturali che si trascinano come zavorre. La ricorrenza ha senso solo se diventa l’occasione per dire, finalmente, ciò che non va.
La sanità resta uno dei fronti più critici: personale insufficiente, reparti a rischio chiusura, mobilità passiva che pesa sui bilanci e soprattutto sui cittadini costretti a spostarsi altrove per curarsi. Ogni inaugurazione, ogni annuncio, ogni promessa di rilancio si scontra con la vita quotidiana di chi attende mesi per una visita e non sa se domani il proprio ospedale avrà un medico in più o uno in meno.
L’economia regionale non respira: Stellantis ridimensiona, l’indotto soffre, le piccole imprese combattono ogni giorno tra costi alti e domanda debole. Si continua a parlare di opportunità, ma sul campo la sensazione è quella di una regione sospesa: nessuna strategia industriale chiara, nessuna programmazione di lungo periodo, nessun piano credibile per trattenere capitali e competenze. I giovani partono, e quasi mai tornano: non per disaffezione, ma per necessità.
Le aree interne continuano a svuotarsi. Paesi senza scuole, farmacie, trasporti; intere comunità che sopravvivono più per ostinazione che per sostenibilità. Senza un modello nuovo di welfare territoriale, senza incentivi per ripopolamento e servizi minimi garantiti, il Molise rischia di diventare un’idea geografica, non un luogo abitato.
Le infrastrutture restano il grande incompiuto. Ferrovie lente, strade dissestate, collegamenti deboli. Una regione che fatica ad attrarre nonostante il potenziale turistico, culturale, ambientale che tutti riconosciamo. Il punto non è raccontarlo, è renderlo accessibile e produttivo.
Ecco perché oggi non basta dirsi “buon compleanno”. Non serve autocelebrazione, servono domande dure. Dove saremo fra altri vent’anni? Qual è il modello di sviluppo che questa regione vuole darsi? Come si riorganizza la sanità? Che politica industriale immaginiamo per non dipendere da un solo colosso? Quale piano demografico, quale strategia per i borghi, quale infrastruttura prioritaria?
La Festa del Molise non è – o non dovrebbe essere – un giorno da cartolina. È un test di coscienza collettiva. Un territorio che vuole esistere davvero smette di dirsi speciale e comincia a pretendere risultati. Oggi il Molise dovrebbe guardarsi allo specchio senza sconti. Perché ciò che manca non è l’orgoglio: è una direzione chiara, una visione condivisa, una politica capace di trasformare ricorrenze in decisioni.
Se il 27 dicembre rimane solo un rito, non servirà a nulla. Se diventa una presa d’atto e un punto di ripartenza, allora sì: potremo dire che la Regione nata nel 1963 ha ancora un futuro. Altrimenti resteranno le celebrazioni. E una regione non vive di celebrazioni: vive di scelte. E di una compattezza che deve andare oltre differenze e contrapposizioni.
Emanuele Bracone
