Come titolo di questo contributo prendo in prestito un intensissimo libro di Frantz Fanon, appunto I dannati della terra, che divenne subito, dopo l’uscita, il punto di riferimento per i movimenti anticoloniali africani. Si dirà: “cosa c’entra?”. C’entra, c’entra, poiché non è difficile riscontrare nella nostra società, presunto-democratica e presunto-solidale, la considerazione che verso una parte di umanità ci possano essere sopraffazioni, ingiustizie sociali, rassegnazione o, peggio, colpevolizzazione per chissà quale responsabilità genetica o etnica o sociale. E la psichiatria (una certa psichiatria, purtroppo dominante numericamente) si pone, rispetto a questa umanità in un modo chiaro (e disarmante): “non mi interessano, non ci interessano, non sono pazienti psichiatrici elettivi, presentano bisogni esclusivamente o prevalentemente sociali, non sono collaboranti, ecc.”. I più ipocriti tra gli psichiatri arrivano a costruire, a fondamento del disinteresse e dell’espulsione, una giustificazione pseudo-culturale, pseudo-scientifica e pseudo-etica: “ogni individuo ha il diritto di vivere come vuole, anche da “barbone”, da senza tetto, insomma da uomo libero”. Come se chi intendesse occuparsene volesse limitare le libertà individuali e “imporre” terapie a gogo’.
ANZI! Occuparsene, per la psichiatria, deve significare integrarsi con tutti i portatori di risposte serie (sociali, economiche, sanitarie, abitative), offrire un contributo, essere disponibile. Principalmente scendere dal piedistallo della presunzione di detenere potere e verbo, per accettare di essere un anello nella catena di DISPONIBILITA’ verso i BISOGNI. Il filosofo francese Levinas proponeva una lettura del termine (e contenuto) della parola “bisogno” in termini sconvolgenti (laici, etici e non religiosi): il bisogno che una persona esprime è una OPPORTUNITA’ per chi lo riceve. E’ un invito inderogabile cui non si “può” rispondere, ma si “deve”.
Restringendo volutamente la riflessione alla tutela della salute mentale (ma la Salute è un concetto che comprende anche la salute mentale e le due cose non vanno separate), le domande, non rinviabili, che mi pongo sono: chi si occupa e si occuperà dei pazienti gravi, quelli definiti “senza speranze” con bisogni multipli, i cronici, i “miserabili” alla Victor Hugo? Per essi, per mano di una parte della psichiatria è già in atto una violenta deriva espulsiva: semplificazione dei trattamenti, riduzione di ogni programma in direzione assistenziale (direi addirittura “sopravvivenziale”), semplice supporto nei soli bisogni fondamentali. La prassi più comune è quella di separare i bisogni stessi, in nome di una assimilazione del soggetto al paziente-tipo (quello che “cura la propria igiene”, cucina, costruisce tristissimi posacenere e compone puzzle e tele di omerica memoria)?[1] Insomma, come lo definiva un mio maestro, Romolo Rossi: l’EU-paziente, il paziente modello, accondiscendente, sottomesso. Io mi riferisco:
al paziente psichiatrico grave, con bisogni misti (fisici, psichici, sociali) spesso con tanti anni di patologia e frequenti crisi alle spalle, di età avanzata (come se potesse essere l’anagrafe a definire la storia naturale di una persona sofferente, ivi compresa l’etichetta diagnostica che un giorno gli fu cucita addosso);
a chiunque sia portatore di una domanda confusa, povera, a volte assente, non analizzata e non decodificata.
Come se non fosse dovere dei tecnici, degli operatori della salute e del sociale agire affinché la domanda venga stimolata e cercata tra le pieghe del “non detto”.
A proposito di ciò che sto scrivendo, come si fa a non parlare, richiamare ed esaltare ciò che fanno qui a Termoli giovani dall’incredibile umanità e fattività? Mi riferisco all’esperienza de “La Città Invisibile”, che nasce circa dieci anni fa da un gruppo di volontari/e, operatori/trici e attivisti/e sociali con l’intento di indagare il fenomeno della grave marginalità sociale nel territorio del basso Molise e proporre azioni di contrasto allo stesso. Nel corso degli anni l’esperienza si è strutturata gradualmente, pur mantenendo in parte le caratteristiche di volontariato/attivismo con cui era nata. Oggi “La Città Invisibile” è un’area di intervento dell’associazione FACED (Famiglie Contro l’Emarginazione e la Droga) e consiste in un’articolazione di interventi in favore di persone senza dimora: unità di strada, area sosta e progetti per l’inclusione abitativa e il diritto all’abitare. Le presenze presso l’area sosta negli ultimi 12 mesi (agosto 2024/luglio 2025): 755 accessi totali e 206 accessi singoli. Ovvio che i Servizi per la Salute Mentale e i Servizi Sociali pubblici devono offrire il massimo supporto possibile.
Diversamente, quali le conseguenze di giochi di potere e di uno scollamento tra servizi, quindi se non vi è sinergia? Case di Riposo non competenti, ricoveri in ospedale, strutture private costose che depauperano le già scarse risorse per i Servizi psichiatrici e sociali, vagabondaggio, delega totale a istituzioni caritatevoli e religiose, RSA (magari dopo che è stato l’abbandono stesso ad aver creato bisogni fisici evitabili), ricoveri impropri ed evitabili nel reparto di psichiatria (magari con imposizione da parte della Magistratura a causa dell’incapacità a progettare percorsi idonei). Sicuramente ho omesso altre “creative”, inutili e non-etiche soluzioni …
Bene, saluto il lettore ricordando ancora una volta le parole di Niemöller:
“Quando i nazisti presero i comunisti, io non dissi nulla, perché non ero comunista. Quando rinchiusero i socialdemocratici, io non dissi nulla, perché non ero socialdemocratico. Quando presero i sindacalisti, io non dissi nulla, perché non ero sindacalista. Poi presero gli ebrei, e io non dissi nulla, perché non ero ebreo. Poi vennero a prendere me. E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa”.
E sì, perché se si spengono le voci o si dà spazio alle voci di chi separa, separa, separa (e impera, come proponevano i Romani), dei dannati della terra chi si occuperà?
[1] A. Malinconico, A. Prezioso, “Ingiunzioni economico-economicistiche e etica ed efficacia della cura: partendo dalla cosiddetta valutazione”, RPA, 98/46, 2018, p. 224.