venerdì 13 Febbraio 2026
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Giornata della Memoria: “ricordare l’orrore significa riconoscere i segnali del presente”

TERMOLI. La Giornata della Memoria non è una cerimonia da archiviare in calendario. È un atto di accusa. Contro la storia, contro le istituzioni, contro le società che hanno permesso che l’orrore diventasse sistema. E, soprattutto, contro ciascuno di noi, ogni volta che pensiamo che tutto questo non ci riguardi più.

La Shoah non è stata una follia improvvisa, né il gesto di pochi mostri isolati. È stata un progetto lucido, organizzato, amministrato. Ha avuto firme, timbri, binari, orari. È passata attraverso leggi, scuole, giornali, uffici pubblici. Prima dei campi di sterminio ci sono state le parole, poi le esclusioni, poi le discriminazioni rese “normali”. E quando l’umanità è stata svuotata di significato, uccidere è diventato solo un passaggio successivo.

Per questo la memoria è scomoda. Perché non consente di rifugiarsi nell’idea rassicurante del “non potrebbe accadere di nuovo”. Accade ogni volta che un gruppo viene indicato come problema, ogni volta che la paura viene trasformata in consenso, ogni volta che l’odio viene giustificato come identità. Accade quando il linguaggio si imbarbarisce e la dignità diventa negoziabile.

Oggi, mentre l’antisemitismo rialza la testa in forme vecchie e nuove, mentre il negazionismo si maschera da opinione e il revisionismo da provocazione, la Giornata della Memoria ci ricorda che la democrazia non è un dato acquisito. È fragile. E senza memoria è indifesa. I diritti, se non vengono custoditi, possono essere erosi lentamente, fino a scomparire senza rumore.

C’è un’urgenza che riguarda soprattutto il presente e il futuro. I testimoni diretti stanno scomparendo e con loro il rischio è che la Shoah diventi un capitolo di libro, una data da studiare, un’emozione temporanea. Ma la memoria non è nostalgia del passato: è responsabilità verso il presente. È la capacità di riconoscere i segnali prima che sia troppo tardi.

La Giornata della Memoria non serve a dire “noi siamo diversi da allora”. Serve a chiederci quanto siamo disposti a esserlo davvero. Se siamo pronti a rompere il silenzio, a pagare il prezzo dell’impopolarità, a scegliere l’umanità quando è più facile scegliere l’indifferenza.

Perché il vero tradimento della memoria non è dimenticare.
È ricordare senza agire.
E il “mai più” smette di essere una promessa solenne nel momento in cui smettiamo di difenderlo, ogni giorno, nelle parole che usiamo, nelle scelte che facciamo, nelle ingiustizie che decidiamo di non ignorare.

Alberta Zulli