venerdì 13 Febbraio 2026
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La Memoria come responsabilità civile

CAMPOBASSO. La giornata della memoria e i messaggi delle istituzioni.

«Il 27 gennaio, la Giornata della Memoria, non è solo una data ma un dovere di ricordo, un impegno educativo che riguarda soprattutto le giovani generazioni. La memoria della Shoah deve vivere nelle scuole, nei luoghi della formazione, affinché l’orrore dell’antisemitismo e di ogni forma di odio non trovi mai più spazio nella nostra società».

Lo dichiara il senatore di Fratelli d’Italia Costanzo Della Porta, sottolineando l’importanza delle iniziative che coinvolgono studenti e docenti anche in Molise, dove il lavoro delle scuole rappresenta un presidio fondamentale di consapevolezza e responsabilità civile.

«Ricordare significa educare al rispetto, alla dignità della persona, alla libertà. È su questi valori che si costruisce una comunità più giusta e coesa», aggiunge Della Porta.

«Non a caso, proprio oggi, martedì 27 gennaio – conclude Della Porta – sarà incardinato presso la Prima Commissione del Senato il disegno di legge contro l’antisemitismo.
Ma la vera sfida si gioca ogni giorno nelle aule scolastiche: è lì che si formano coscienze libere, capaci di riconoscere e respingere l’odio, ed è lì che la memoria diventa futuro».

Il messaggio di Quintino Pallante.

«La decisione del Parlamento italiano di istituire il “Giorno della Memoria” nella data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, e quindi dell’apertura al mondo di ciò che realmente fu la cosiddetta “soluzione finale” operata dai nazisti ai danni del popolo ebraico e di ogni categoria sociale non gradita al regime – oppositori politici, zingari, portatori di handicap, omosessuali – rappresenta un monito per ogni generazione successiva, affinché nessuno perda il ricordo di quei fatti, di quella follia, di quell’estremismo che portò a un genocidio di proporzioni mai viste prima nella storia.

Mai, infatti, l’uomo aveva organizzato, con leggi e con un vero e proprio sistema industriale, particolarmente efficace ed efficiente, l’espoliazione prima di ogni diritto di milioni di persone e, successivamente, la loro deportazione in luoghi diversi da quelli di residenza, fino a giungere all’annientamento nei campi di sterminio, dando compimento alla “soluzione finale”.

Un’organizzazione che purtroppo vide tra i suoi operatori non solo individui fortemente politicizzati o ideologizzati, talvolta con propensioni sadiche, ma anche persone comuni, dimostrando quella triste “banalità del male” di cui scriveva Hannah Arendt.

Una CULTURA DELLA MORTE e della PREVARICAZIONE, quella scaturita da un odio razziale portato all’estremo, alla quale le democrazie nate dalle macerie della Seconda guerra mondiale, tra cui la nostra, seppero contrapporre la CULTURA DELLA VITA e della TOLLERANZA.

Ma questa cultura è frutto di un’evoluzione filosofica, valoriale, politica, scientifica e civile che è tanto forte nella sua portata ideale quanto debole nella possibilità di essere attaccata, oscurata e manipolata da spinte totalizzanti, ideologizzate politicamente ed estremizzate religiosamente, che si manifestano ciclicamente nel susseguirsi delle epoche storiche e in diverse società e Paesi.

L’antisemitismo, ad esempio, è riemerso più volte nella storia dell’umanità, anche a seguito di momenti di condanna e di creazione di sistemi di multiculturalismo, in Europa come in altre parti del mondo. In questi mesi abbiamo purtroppo assistito al riemergere di tali sentimenti a seguito del conflitto a Gaza. Una lettura parziale, se non superficiale, di quel conflitto ha portato a episodi di antisemitismo, come quello verificatosi sulla spiaggia australiana ai danni di civili ebraici e in altre parti dell’Occidente.

Il Giorno della Memoria deve quindi servirci anche a tenere alta l’attenzione affinché i germi che, a partire da maldestri slogan lanciati in sparute manifestazioni nella Germania degli anni ’20 e ’30 del Novecento, portarono all’orrore della “macchina della morte” dei forni crematori degli anni ’40 in varie parti del Nord Europa, non tornino a ripresentarsi e a corrompere il corpo sano delle nostre società.

Tutti – istituzioni, mondo della cultura, della scuola, della scienza, delle arti e delle professioni, oltre che del sindacato, fino ad arrivare a ogni singolo cittadino – dobbiamo sentirci impegnati in prima linea nel portare avanti e difendere la cultura della vita e della tolleranza, in una prospettiva di interpretazione autentica degli elementi fondanti le realtà nazionali del cosiddetto “mondo libero”, tra cui non ultima quella italiana: giustizia, libertà e concordia.

Il Consiglio regionale è fortemente impegnato in questa battaglia di civiltà e giustizia, operando, per quanto di sua competenza nella stesura delle leggi e nell’elaborazione delle programmazioni, con decisione e convinzione, per ribadire in ogni occasione utile il suo no a ogni forma di antisemitismo e di prevaricazione, ai danni di ciascun cittadino, singolo o associato, quali che siano le sue condizioni fisiche, le sue convinzioni ideologiche, la sua fede religiosa, i suoi orientamenti sessuali, la sua cultura, oltre che, ovviamente, la sua razza e la sua etnia».

«Ci sono anniversari che non possono diventare rituali vuoti– afferma il consigliere regionale Roberto Gravina
Il Giorno della Memoria non è un esercizio di ricordo, ma un atto di responsabilità collettiva. Non ci invita solo a voltare lo sguardo verso ciò che l’umanità è stata capace di fare a sé stessa, ma a misurare ciò che siamo oggi.

La Shoah ci obbliga a interrogarci sul confine sottile tra civiltà e barbarie, tra leggi che proteggono e leggi che discriminano, tra cittadinanza ed esclusione. È un confine che, quando si assottiglia, non si nota mai all’inizio. Inizia da parole leggere, da semplificazioni, da categorie create per dividere. Da una politica che smette di essere servizio e diventa tifoseria.

E in questo percorso di consapevolezza c’è un elemento che non possiamo dimenticare: la carne e le ossa dei sopravvissuti, diventate testimonianza vivente e perpetua di quanto accaduto. Quelle voci, quei corpi segnati, hanno portato con sé il dolore delle vittime e lo hanno consegnato al mondo, rendendo impossibile distogliere lo sguardo. La loro presenza ha trasformato la Storia in esperienza umana, diretta, non aggirabile.

Oggi, mentre il mondo torna a parlare con leggerezza di “nemici”, mentre guerre e disuguaglianze alimentano nuove paure, ricordare significa riconoscere i segnali d’allarme: l’indifferenza, la disumanizzazione, la rinuncia al pensiero critico. E significa ribadire che i diritti non sono un’eredità garantita, ma un impegno quotidiano.

Il Giorno della Memoria non è quindi soltanto un tributo alle vittime dell’Olocausto. È un invito a restare vigili. A difendere la verità storica. A non permettere che si normalizzino il razzismo, l’odio o la negazione dell’altro. A costruire istituzioni che non cedano alle scorciatoie della paura.

La memoria non ci chiede di guardare indietro.
Ci chiede di guardare meglio il presente».