TERMOLI. Dopo la pausa di dicembre, riprendono gli incontri di Agorai, e lo fanno da Termoli, prima tappa di un percorso che nel 2026 si vuole rendere itinerante, con uno sguardo rivolto a tutto il Basso Molise. Un cammino che nasce e cresce dentro i servizi di salute mentale del territorio, con l’ambizione di allargare la rete e di rimettere al centro ciò che troppo spesso rischia di restare ai margini: le persone.
A presiedere l’incontro è il dottor Alessandro Gentile, psichiatra e direttore del Centro di Salute Mentale di Termoli, che fa parte dell’organizzazione di Agorai. Fin dalle prime parole emerge con chiarezza il senso profondo di questo progetto: costruire spazi di generazione di salute mentale, non come fatto individuale, ma come esperienza collettiva, comunitaria.
Viviamo un periodo storico segnato da frammentazione, solitudine, competizione. Agorai prova a essere l’opposto: una tappa di un percorso pensato per “ritessere la trama sociale”, per costruire solidarietà e cooperazione, per mettere insieme i pezzi di un welfare che non può funzionare se resta diviso in compartimenti stagni. Il welfare è un sistema e il sistema vive solo se le persone si riconoscono parte di una stessa comunità di aiuto e cura.
L’obiettivo è chiaro e ambizioso: fare in modo che chiunque, entrando in contatto con Agorai, abbia la sensazione di varcare una porta che si apre su un sistema di sostegno. Non solo servizi, ma relazioni. Non solo cura, ma comunità.
Non è casuale il luogo che ospita questo primo incontro del 2026: la Comunità “Il Noce”, uno spazio carico di significato simbolico e concreto. Come sottolineato dal dott. Mancinella, la scelta di stare “dentro i servizi” è intenzionale. È un luogo pubblico, parte della “città invisibile”, quella fatta di fragilità, di bisogni, ma anche di risposte quotidiane e silenziose. Un po’ come i simboli che fondano la nostra cultura, nulla qui è lasciato al caso.
L’ incontro è ospitato dalla cooperativa sociale Il Noce, comunità pedagogico-riabilitativa per il recupero dalle dipendenze patologiche con l’associazione Fa.CE.D – Famiglie Contro l’Emarginazione e la Droga, realtà attiva da oltre trent’anni. A raccontarne la storia è Marco Cataldo, sociologo, presidente della cooperativa Il Noce e dell’associazione Fa.CE.D.
Fa.CE.D nasce dall’unione di famiglie che, trent’anni fa, decisero di non restare sole di fronte a un problema che entrava nelle loro case. In un tempo in cui a Termoli non esisteva una comunità di recupero e lo stigma sulla tossicodipendenza era fortissimo, quelle famiglie scelsero di costruire qualcosa insieme. Da allora, Il Noce è diventato un pezzo vivo del territorio.
Se un tempo le comunità erano luoghi di isolamento, spesso lontani dalla società, oggi il paradigma è cambiato: il contesto è parte della soluzione. Si è passati da una logica di controllo e uniformità a percorsi personalizzati, perché ogni persona è diversa. La vera sfida contemporanea non è “aggiustare” le persone, ma cambiare lo sguardo: aiutare a vedere il mondo in modo diverso e a sentirsi parte di un territorio che non respinge, ma accoglie.
“Non si tratta di creare persone perfette – emerge con forza – ma di sostenere processi di cambiamento”. E in questo, avere compagni di viaggio – associazioni, istituzioni, cittadini – è una forza decisiva.
La Comunità Il Noce rappresenta anche una delle porte di accesso al sistema di cura che Agorai prova a costruire; persone senza dimora possono venire qui per fare una doccia, riposarsi, parlare con gli operatori. Gesti semplici, ma profondamente politici nel senso più alto del termine: prendersi cura della vita.
Le Agorai sono incontri liberi: si danno orientamenti, si apre uno spazio, poi ognuno può portare ciò che sente. L’obiettivo è il benessere comunitario, la costruzione di una comunità che sappia ascoltare e sostenere.
Le testimonianze emerse lo confermano. Una donna racconta il dolore di sentirsi dire “basta col passato, bisogna andare avanti”, quando invece aveva solo bisogno di parlare, di essere compresa. Quel bisogno ha trovato risposta in un abbraccio, in un “andare verso” l’altro. Un’altra voce, una giovane ragazza di Larino, afferma con lucidità: “Le strutture ci sono, ma mancano le persone”. Far sapere al territorio che queste realtà esistono è già un atto di cura.
Riaprire possibilità: è forse questa la sintesi più efficace, come afferma il dottor Alessandro Gentile.
Agorai è una possibilità, una possibilità di incontro, di parola, di comunità. Perché, in fondo, tutti – potenzialmente – siamo dentro un sistema che mette sempre a rischio la salute mentale di ciascuno.
Solo insieme possiamo trasformare il sistema in un percorso di senso, di dignità e di cura condivisa.
Angelica Silvestri
