TERMOLI. Non è solo cemento spezzato quello che giace sul selciato di piazza Sant’Antonio. È un frammento di dignità urbana, un colpo inferto alla memoria collettiva di un luogo che dovrebbe essere presidio di civiltà, non bersaglio di inciviltà. La panchina distrutta, ridotta in pezzi come fosse un oggetto qualsiasi, non è la prima né la seconda: è l’ennesima vittima di una violenza gratuita che si ripete nel tempo, con la stessa arroganza, la stessa impunità.
Era già successo. E chi vive la città lo sa. Lo sa chi attraversa quella piazza ogni giorno, chi vi si ferma per riposare, chi la considera parte del proprio paesaggio affettivo. Ma evidentemente non lo sanno — o non lo vogliono sapere — coloro che agiscono nell’ombra, lasciando dietro di sé solo rovine e graffiti. Non c’è rabbia giovanile che tenga, non c’è disagio sociale che giustifichi: qui non c’è protesta, c’è solo distruzione.
La panchina non è solo un arredo urbano. È un punto di incontro, un luogo di sosta, un simbolo di apertura. Spezzarla significa spezzare un gesto di accoglienza, un’idea di comunità. E farlo in piazza Sant’Antonio, tra i luoghi simbolo della città, è un atto che grida vendetta. Perché non è solo un danno materiale, è una ferita morale. Ora serve una risposta. Non solo il ripristino, ma la denuncia pubblica, la sorveglianza, l’educazione. Serve che Termoli dica basta. Che non si limiti a constatare, ma reagisca. Che chi ha visto parli. Che chi amministra agisca. Che chi scrive, come noi, continui a raccontare — senza sconti, senza indulgenze.
La panchina tornerà al suo posto. Ma il rispetto non si ricostruisce con il cemento. Si ricostruisce con la coscienza.
EB





