CAMPOBASSO. A ventiquattr’ore dalla fiaccolata che ha portato circa seimila persone a Isernia, il Molise torna a interrogarsi sul proprio diritto alla cura. La Conferenza dei sindaci, convocata dal presidente Daniele Saia, si riunisce in un clima che non è più solo istituzionale: è il riflesso diretto di una mobilitazione popolare che ha rotto gli argini della rassegnazione e ha rimesso al centro la sanità pubblica come questione di sopravvivenza dei territori.
I sindaci lo dicono senza filtri. «La preoccupazione non è più solo nostra, è della gente», afferma il primo cittadino del comune più alto del Molise, ricordando come la chiusura anche dell’ultimo presidio — la guardia medica — equivarrebbe a un “foglio di via” per intere comunità. «Sarebbe dire ai cittadini: andatevene. E questo non possiamo permetterlo». Il riferimento è alla progressiva desertificazione dei servizi, all’ospedale di Agnone smantellato pezzo dopo pezzo, ai reparti che “oggi ci sono e domani forse no”, ai pronto soccorso sottorganico — «otto medici in meno a Isernia» — e a un sistema che, nelle parole dei sindaci, «somiglia sempre più a una condizione di guerra».
La fiaccolata ha segnato un punto di non ritorno. «La popolazione ha reagito. Ora tocca alla politica», ribadiscono i primi cittadini, con Piero Castrataro che mantiene il presidio davanti al Veneziale e annuncia che «la tenda non si smantella». La richiesta è chiara: un nuovo Piano Operativo Sanitario che non sia l’ennesimo esercizio tecnico, ma un documento capace di restituire dignità ai territori e di applicare davvero la legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale, «che garantisce il diritto alla salute indipendentemente da dove si nasce o si vive».
Sul tavolo della Conferenza quattro punti: superamento del commissariamento, modifica del DM70, azzeramento del debito sanitario, incentivi per attrarre medici. Saia insiste sulla necessità di criteri nuovi: «Il parametro numerico non può più valere. Gli Appennini, le aree interne, l’arco alpino: parliamo del 60% dell’Italia, 14 milioni di persone. Se vogliamo invertire lo spopolamento, servono risorse dedicate, non tagli».
Il senatore Costanzo Della Porta rivendica gli interventi del governo: «Dal 2021 il fondo sanitario del Molise è passato da 610 a oltre 640 milioni. La finanziaria 2025 ha aggiunto 90 milioni più 20. Ma quei soldi si sbloccano solo con il Piano operativo». E avverte: «Servono per uscire dal default e dal commissariamento. Il governo chiede che il piano sia presentato entro il 28 febbraio. Sono convinto che tutti faranno la loro parte». Poi la stoccata normativa: «Il decreto Balduzzi è una mannaia per le regioni piccole. Va cambiato».
Il governatore Roberti, da parte sua, parla di «sedici anni di commissariamento che pesano come un macigno» e chiede «più fiducia da Roma». Ricorda i progressi sul disavanzo — «chiuderemo a -20 milioni, non a -70 come previsto» — e denuncia la contraddizione di un sistema che «aumenta le tasse ma non trasferisce risorse adeguate». Anche lui punta il dito contro il DM70: «Non possiamo essere costretti a ridurre servizi mentre ci chiedono di garantire assistenza. È un paradosso che va superato».
Sul fronte dell’emergenza-urgenza, la situazione resta critica. «Frosolone è postazione 118 senza medico. È un problema che riguarda tutta la regione», denuncia un sindaco. «Senza una legge speciale per il Molise non andremo da nessuna parte».
Intanto prende corpo l’ipotesi di una grande manifestazione a Roma. «Se ieri Isernia ha dimostrato che il Molise c’è, ora dobbiamo portare quella voce nella capitale», afferma Castrataro. «Siamo una grande area interna che chiede ospedali, presidi, personale. Senza capitale umano non c’è sanità pubblica».
La Conferenza dei sindaci, dopo ore di interventi, chiude con un messaggio netto: il Molise non accetterà più soluzioni tampone. «Siamo l’ultimo avamposto», dicono i primi cittadini. «E la protesta di ieri potrebbe essere solo l’inizio».
EB


