TERMOLI. Quando oggi a Termoli – come nel resto del Molise – si parla di sanità pubblica, il riferimento non è più soltanto l’esperienza quotidiana dei cittadini, ma sempre più spesso i dati. Numeri che raccontano una crisi strutturale, misurabile, documentata. In questo contesto, la Fondazione Gimbe è diventata un punto di riferimento nazionale per l’analisi dello stato di salute del Servizio sanitario italiano, e il suo presidente Nino Cartabellotta una delle voci più autorevoli nel denunciare ciò che non funziona.
Illuminante la relazione del presidente di Gimbe, che abbiamo intervistato a margine del convegno-dibattito organizzato dall’associazione Ali Comuni molisani e Cgil Abruzzo-Molise.
La sanità è definita da tempo “il grande malato” del Paese non per una contingenza improvvisa, ma per una scelta politica reiterata. Da almeno quindici anni, spiega Cartabellotta, la spesa sanitaria è stata considerata da tutti i governi come la voce più facilmente comprimibile della spesa pubblica. Anno dopo anno, risorse destinate alla tutela della salute sono state dirottate altrove, producendo un progressivo indebolimento di quella che resta, a tutti gli effetti, la più grande opera pubblica mai realizzata in Italia: il Servizio sanitario nazionale.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ospedali in affanno, liste d’attesa interminabili, carenza cronica di personale, diseguaglianze territoriali sempre più marcate. Un sistema che regge più per la dedizione residua degli operatori che per una reale solidità organizzativa.
Rimettere la sanità pubblica “al centro del villaggio” non è uno slogan, ma una necessità storica. Secondo Cartabellotta, occorre tornare allo spirito originario del 1978, quando il Servizio sanitario nacque come diritto universale. Ma non basta evocare i principi: servono scelte concrete. In primo luogo, un rifinanziamento progressivo e strutturale, non interventi una tantum. Il recente incremento previsto per il 2026, pari a circa sette miliardi, non può essere considerato risolutivo se non inserito in una strategia di crescita pluriennale delle risorse.
Accanto ai finanziamenti, è indispensabile aprire una vera stagione di riforme. Le criticità sono note: il ruolo e lo status dei medici di medicina generale, ancora ancorati a un modello che fatica a reggere l’impatto demografico; il rapporto Stato-Regioni, che necessita di un riequilibrio più chiaro delle competenze; la gestione della sanità convenzionata; un sistema di erogazione dei Livelli essenziali di assistenza che oggi appare inefficiente e disomogeneo.
Un capitolo decisivo riguarda la digitalizzazione. L’Italia sta attraversando una profonda trasformazione tecnologica e demografica, ma il sistema sanitario continua a utilizzare solo in minima parte gli strumenti digitali disponibili. Al tempo stesso, l’invecchiamento della popolazione impone un ripensamento radicale dell’assistenza, spostando il baricentro dall’ospedale al territorio e al socio-sanitario. Continuare a erogare servizi con modelli del passato significa condannare il sistema all’inefficienza.
La pandemia da Covid-19 ha agito da spartiacque, ma non ha creato la crisi: l’ha semplicemente resa evidente. Gimbe denuncia il declino del Servizio sanitario nazionale già dal 2013. Dopo il Covid, tuttavia, si è manifestata una nuova e preoccupante dinamica: la demotivazione del personale sanitario. Medici e infermieri hanno iniziato ad abbandonare il pubblico o a non scegliere più alcune specialità, considerate troppo gravose e poco attrattive. Il vuoto generazionale che ne deriva è oggi uno dei principali fattori di fragilità del sistema, come dimostrano anche molte realtà locali.
Sul fronte dei commissariamenti, il bilancio è netto e senza appello. I piani di rientro – formalmente definiti di riqualificazione e riorganizzazione – hanno prodotto, nella migliore delle ipotesi, un riequilibrio contabile. Ma sul piano dell’organizzazione dei servizi, soprattutto nel Mezzogiorno, sono stati un fallimento. Hanno bloccato lo sviluppo, congelato le assunzioni, impedito ogni reale innovazione.
Le regioni ancora commissariate, oggi Calabria e Molise, hanno subito una penalizzazione ulteriore. Da oltre dieci anni non hanno la possibilità di programmare il futuro del proprio sistema sanitario, restando intrappolate in una gestione emergenziale permanente. In questo quadro già critico, si affaccia ora l’ipotesi dell’autonomia differenziata, che rischia di aggravare ulteriormente le diseguaglianze.
Cartabellotta ha recentemente chiarito un punto cruciale: la differenza tra LEA e LEP. I Livelli essenziali di assistenza rappresentano un elenco di prestazioni che le Regioni sono tenute a garantire, ma che oggi mostrano profonde differenze territoriali, con una frattura evidente tra Nord e Sud. I Livelli essenziali delle prestazioni, invece, sono diritti civili e sociali. Assimilare i LEP ai LEA, come ipotizzato dall’attuale impostazione governativa, significherebbe cristallizzare le diseguaglianze esistenti, rendendole strutturali.
Per questo Gimbe chiede con forza la definizione di LEP sanitari veri e propri: senza di essi, l’autonomia differenziata rappresenterebbe una sconfitta storica per la sanità pubblica e un colpo durissimo per il Mezzogiorno.
La critica politica finale è altrettanto chiara. L’attuale governo, secondo Cartabellotta, non ha realmente messo la sanità al centro dell’agenda nel momento storico in cui avrebbe potuto farlo. Dopo la pandemia, esisteva un’occasione unica per rilanciare il Servizio sanitario nazionale e rivendicare una scelta di civiltà. Quell’occasione, ad oggi, appare mancata.
Per territori come Termoli e il Molise, questa non è una discussione astratta. È una questione di diritti, di equità e di futuro. Perché senza una sanità pubblica forte, universale e realmente nazionale, il rischio non è solo il declino di un sistema, ma la rottura del patto sociale su cui si fonda la Repubblica.
Emanuele Bracone

