giovedì 15 Gennaio 2026
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Scuole accorpate, Regioni commissariate: così il governo smonta l’istruzione pubblica

TERMOLI. Le regole che hanno portato al dimensionamento della rete scolastica non arrivano dall’Europa. Sono state stabilite in Italia, con la legge di bilancio del 2023. Una scelta interamente politica che ha già prodotto effetti concreti: la soppressione di circa 700 istituti scolastici e la perdita di oltre 1.400 posti di lavoro, in un quadro che prevede tagli superiori ai 5,3 miliardi di euro (dati FLC CGIL).

Eppure il governo continua a presentare questi interventi come inevitabili, giustificandoli con presunti vincoli europei. Su questa base, il ministro dell’Istruzione e del Merito ha commissariato Umbria, Toscana, Emilia-Romagna e Sardegna, accusandole di non aver applicato correttamente i piani di dimensionamento.

Questa narrazione non regge. Attribuire all’Unione europea decisioni assunte a Roma serve solo a scaricare responsabilità politiche ben precise.

Tra scelte sbagliate, vincoli imposti e un centralismo sempre più autoritario, la riorganizzazione della rete scolastica colpisce soprattutto i territori più fragili: quelli con meno risorse, meno abitanti e minori servizi.

Il commissariamento rivela l’idea di Paese dell’attuale governo: meno Stato sociale, meno diritti, più disuguaglianze territoriali. Dietro il linguaggio burocratico dell’“efficientamento” si nasconde una realtà evidente: si stanno tagliando servizi essenziali, a partire dalla scuola pubblica, imponendo decisioni dall’alto e ignorando i bisogni reali dei territori. Chi prova a difendere un modello diverso viene commissariato.

Come ogni decisione politica, anche questa produce vincitori e vinti. Vincono i bilanci, le tabelle, la logica aziendalistica applicata allo Stato. Perdono gli studenti, le famiglie e i territori più deboli, soprattutto nelle aree interne, montane e meridionali.

Si parla di autonomia, ma quando le Regioni esercitano davvero il loro ruolo istituzionale e difendono il territorio, la risposta diventa punitiva. È una visione centralista che richiama esperienze già viste, come il commissariamento della sanità pubblica in Molise.

Questo non è coordinamento istituzionale: è imposizione. Ed è ancora più grave che avvenga in un ambito come la scuola, che dovrebbe essere rafforzata, non piegata a logiche puramente contabili.

C’è un legame che il governo finge di non vedere: meno scuola e meno sanità pubblica significano più spopolamento. Nei territori già colpiti dall’abbandono, ridurre i servizi equivale a firmare una sentenza di declino. Accorpare, allontanare, impoverire produce sempre lo stesso risultato: le famiglie se ne vanno, i giovani non tornano, i territori si svuotano.

“Non tutto può essere ridotto ai numeri. Esiste una linea rossa che non dovrebbe mai essere superata: sanità pubblica, istruzione e sicurezza non possono essere governate come capitoli di un bilancio aziendale.”

L’Italia è tra i Paesi con la pressione fiscale più alta. Le tasse aumentano, i servizi diminuiscono. E mentre il pubblico arretra, il privato avanza. Chi ha risorse si cura e studia. E chi non le ha?

Questa non è modernizzazione. È una privatizzazione strisciante dei servizi pubblici.

Il rischio più grande è la rassegnazione: l’idea che sia normale pagare due volte – con le tasse e di tasca propria – per diritti che dovrebbero essere garantiti.

Il dimensionamento scolastico non è solo una riforma della scuola. È un tassello di un disegno più ampio.

Quando lo Stato taglia sanità e istruzione, non è efficienza. È privatizzazione.

Andrea Montesanto