CAMPOBASSO. Tony Dallara, voce simbolo dell’Italia del boom economico e interprete di successi immortali come ‘Come prima’ e ‘Romantica’, si è spento all’età di 90 anni.
Con lui se ne va non solo uno dei protagonisti assoluti della stagione degli “urlatori”, ma anche un figlio del Molise che, pur nato a Campobasso da famiglia emigrata, ha sempre riconosciuto nelle proprie radici la matrice più profonda del suo temperamento artistico.
Dallara nacque a Campobasso nel 1936, in una famiglia che, come molte dell’epoca, viveva la doppia tensione tra l’attaccamento alla terra natale e la necessità di cercare altrove nuove opportunità.
I genitori si trasferirono presto al Nord, ma il legame con il Molise rimase una costante della sua identità.
Dalla madre ereditò la musicalità popolare del Sud: una vocalità piena, istintiva, viscerale.Dal padre, uomo di rigore, apprese invece il senso della disciplina che lo avrebbe accompagnato per tutta la carriera.
Nelle interviste ricordava Campobasso come “il primo orizzonte”, un luogo mai dimenticato, impresso nella memoria come origine emotiva e sonora: amava ripetere che la sua voce “veniva da quella terra che non dimentica mai nessuno”.
Approdata la famiglia a Milano, il giovane Dallara lavorò come fattorino alla casa discografica ‘Ricordi’.
Il destino, però, covava nelle sue corde vocali: una voce potente e ruvida che presto lo avrebbe portato sotto i riflettori. Nel 1958 arrivò l’esplosione con Come prima, uno dei singoli più venduti di sempre in Italia.
La sua interpretazione, lontana dalla melodia “educata” della tradizione, inaugurò una stagione nuova: quella degli urlatori.
Insieme a Celentano, Little Tony e Mina, Dallara divenne il simbolo di una generazione che trasformava il canto in energia pura.
Ma portava dentro qualcosa di inconfondibile: un’emotività mediterranea che molti critici legavano alle sue origini molisane, capace di fondere passione viscerale e rigore introspettivo.
Nel 1960 vinse il Festival di Sanremo con Romantica, confermandosi come una delle voci più amate dell’Italia televisiva degli anni ’60. La sua interpretazione, capace di passare dal sussurro al grido, divenne marchio di fabbrica di un tempo in cui la canzone italiana stava imparando a farsi corpo e sentimento insieme.
Anche dopo il successo, Dallara non ha mai reciso il filo che lo univa alle sue origini. Campobasso lo ha celebrato più volte come figlio illustre.Le associazioni culturali molisane del Nord lo hanno invitato spesso come simbolo della diaspora.
Lui stesso ricordava con orgoglio la propria terra, definendola “la parte più vera” della sua storia.
Per questo, la sua scomparsa lascia un vuoto profondo anche nella comunità molisana, che vede in lui uno dei pochi artisti capaci di portare un pezzo di questa regione nel panorama della musica nazionale.
Tony Dallara ha incarnato un modo di cantare che oggi non esiste più: istintivo, fisico, sincero fino allo spasimo.
La sua voce continua a vibrare nelle registrazioni che hanno segnato un’epoca e in quel legame indissolubile con il Molise che — silenzioso ma vivo — ha dato alla sua arte una radice autentica e inconfondibile.
Eliana Ronzullo
