venerdì 6 Febbraio 2026
Cerca

Verso il referendum sulla riforma della giustizia: cosa dicono gli ultimi sondaggi tra le fazioni del Sì e del No

TERMOLI. Il comitato per il No ha debuttato anche nel Molise, si scalda l’atmosfera in vista del referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo 2026, che entra nella fase decisiva con un dato che, per ora, domina su tutto: la maggioranza degli italiani dichiara l’intenzione di votare Sì. Due rilevazioni ufficiali – LAB21 per Affaritaliani.it e Istituto Piepoli per Rai News24 – convergono su un quadro netto, che racconta un Paese più orientato alla riforma che alla conservazione dello status quo, pur dentro un contesto di scarsa informazione e partecipazione ancora incerta.
Il primo elemento che colpisce è la distanza tra consapevolezza e intenzione di voto. Nel sondaggio LAB21, solo il 27,8% degli intervistati sa che il referendum si terrà a marzo, mentre il 72,2% ne ignora completamente la data. Eppure, alla domanda se voteranno Sì o No, la risposta è sorprendentemente definita: 62,8% Sì, 37,2% No. Una maggioranza larga, trasversale, che si forma nonostante la scarsa conoscenza del calendario e che indica un orientamento emotivo e politico più che informativo.
Il sondaggio Piepoli conferma la tendenza: 59% Sì, 41% No, con una stima di affluenza al 44%, in lieve crescita. Qui emerge un dato politico rilevante: il Sì domina nel centrodestra (89%), è minoritario nel centrosinistra (37%) e prevale nel M5S (63%). Il referendum, dunque, non è solo un appuntamento istituzionale: è già diventato un terreno di identità politica, con schieramenti che si muovono in modo quasi speculare rispetto alle leadership nazionali.
Il quadro complessivo racconta un’Italia che, pur disinformata sulla data e poco coinvolta nei dettagli tecnici, percepisce il tema della giustizia come parte di un più ampio bisogno di ordine, efficienza e credibilità delle istituzioni. La stessa indagine Piepoli, infatti, registra un Paese che si sente poco sicuro (solo il 42% ritiene l’Italia “molto o abbastanza sicura”) e che individua nella microcriminalità, nella criminalità organizzata e nell’immigrazione tre fattori di preoccupazione primaria. In questo clima, il referendum diventa una valvola di sfogo, un’occasione per “correggere” un sistema percepito come lento, distante, inefficace.
Resta il nodo dell’affluenza: senza il quorum, il risultato politico rischia di essere forte ma non vincolante.
A due mesi dal voto, il referendum sulla giustizia non è più un tema tecnico: è un termometro del rapporto tra cittadini e istituzioni, un banco di prova per la tenuta del sistema politico e un indicatore della domanda di cambiamento che attraversa il Paese.

Emanuele Bracone