TERMOLI. C’era una volta, tanti anni fa… iniziamo come di solito iniziavano le favole per bambini, perché quello che andremo a descrivervi ormai, in questa vita moderna e super tecnologica che stiamo vivendo, non esiste più. Le cose che vi descriverò sono solo un piacevole, e sì anche dolcissimo, ricordo, soprattutto perché oggi le persone che facevano quello di cui parleremo non ci sono più e le donne di oggi difficilmente si prenderebbero la briga di riproporle.
Approfittando della mia nutrita libreria, mi è capitato tra le mani un libro scritto e pubblicato nel giugno 2015 da Antonio D’Ambrosio, figura di alto profilo molisano D.O.C.: politico, pubblicista, ricercatore, studioso e autore di saggi sul movimento operaio e sui partiti politici. Già consigliere e presidente del Consiglio Regionale del Molise.
Il libro in questione è davvero bello e interessante: “Termoli, la felicità legata ad uno scoglio – Storia dell’alimentazione: il pesce”. Da questo libro abbiamo estrapolato un capitolo che riguarda un dolce tipico che veniva fatto per la celebrazione dei matrimoni: i famosi “Taralli termolesi” o “della sposa”.
Questi taralli, o tarallini come comunemente venivano chiamati per la loro particolare forma, erano preparati per le grandi occasioni, come appunto i matrimoni ma anche per i battesimi. Questi dolci, gli unici tipicamente termolesi, erano preparati da alcune valenti e sapienti donne di Termoli che custodivano gelosamente la ricetta, tramandandola da madre in figlia, al fine di garantire la continuità del lavoro e della tradizione.
Tra le più conosciute e apprezzate per la preparazione di questo dolce c’era Maria Consalvo, moglie di Peppino Fiorilli, meglio conosciuto con il nomignolo di “Ceperille”. In pratica, a Termoli, se chiamavi una persona con nome e cognome nessuno la conosceva; appena dicevi il soprannome subito ti rispondevano: “Ah sì, certo, me lo dicevi prima il soprannome e avremmo risparmiato tempo”.
Il buon amico Carlo Fiorilli, figlio di Maria, nel libro di Antonio D’Ambrosio ricorda che la madre diceva che per fare dei buoni taralli la farina doveva essere giusta e che i taralli, una volta immersi nell’acqua bollente, venivano tolti quando salivano a galla. L’esperienza faceva decidere a Maria se i taralli erano cotti o se avevano bisogno di ulteriore bollitura.
Una volta lessati, occorreva asciugarli bene: venivano quindi disposti su un piano e coperti da strofinacci, dove restavano per un giorno intero. Una volta asciugati si procedeva ad inciderli tutto intorno, facendo attenzione a non spaccarli in due parti.
Per la cottura difficilmente si usava il forno di casa, bensì quello dei panifici, perché i taralli hanno bisogno di mantenersi umidi e quindi del vapore. Ricorda sempre, nel capitolo specifico del libro di D’Ambrosio, Nicoletta D’Ambrosio, nuora di Maria Consalvo, che alcune donne termolesi cucinavano i taralli in casa. Sempre Nicoletta aggiunge: “Quando ancora non c’era la disponibilità del vapoforno, inserivano nel forno a legna di casa un catino pieno d’acqua in modo da creare il vapore. Questo è lo stesso procedimento usato da mia suocera”, ci teneva a precisare.
Queste donne termolesi – e ve lo garantiamo anche noi che abbiamo vissuto quell’epoca – erano molto richieste per preparare i taralli anche nei comuni vicini a Termoli, in particolare per le feste di matrimonio. Anche qui, spesso in assenza di forni a vapore, si creava un’umidità all’interno del forno, condizione essenziale per la riuscita della ricetta secondo la tradizione termolese.
Adesso, di seguito, vi diamo anche la ricetta.
I Taralli termolesi o della sposa
Ingredienti per 20 taralli
Per l’impasto:
20 uova
8 cucchiai di olio di oliva
3 cucchiai di anice
20 g di citrato
5 g di ammoniaca per dolci
2 kg di farina 00
1 l di acqua
Per il naspo:
3 kg di zucchero
Preparazione
Dopo aver amalgamato bene gli ingredienti dell’impasto, si formano i taralli. Quindi si fa bollire l’acqua sufficiente a calarvi 4 o 5 taralli per volta, che devono cuocere fino ad indurirsi. Una volta lessati, i taralli devono essere asciugati. Fatto questo si procede ad inciderli intorno longitudinalmente e si cuociono nel vapoforno. La temperatura deve essere la stessa della cottura del pane.
Per preparare il naspo si versa in un capiente tegame l’acqua con lo zucchero e si lascia sbollire. In un paiolo di rame si mettono una decina di taralli già lessati e incisi, versandovi sopra lo zucchero cotto. Si innaffia con succo di limone, avendo cura di amalgamare bene i taralli per far aderire lo zucchero su ciascuno di essi.
Ringraziamo per questo inciso Antonio D’Ambrosio, che ci ha fornito il materiale per poter parlare di questa usanza in voga nei tempi passati a Termoli, e anche per il materiale fotografico tratto dal suo libro.
I Taralli termolesi o della sposa rappresentano un’autentica identità termolese.
Michele Trombetta





