venerdì 6 Febbraio 2026
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Identità termolesi: il ricordo di Carlo Cappella

TERMOLI. Il 31 marzo 2009 ci lasciava Carlo Cappella. Il Capostazione. L’Amico. Lo storiografo. L’uomo sincero, autentico, visceralmente innamorato della sua Termoli. Stanno per trascorrere diciassette anni da quel giorno e, senza di lui, i veri termolesi Doc si sentono ancora un po’ orfani. Orfani non solo gli adulti che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo, ma anche quei bambini di allora: gli scolari che – in fila ordinata, mano nella mano con le maestre – salivano in corteo verso il suo ultimo e piccolo eremo, “assòpe ’u carcere”, nella torretta belvedere.
Lì dentro, in uno spazio angusto ma colmo d’anima, Carlo aveva stipato tutto ciò che trasudava storia: scritti, dipinti, appunti, memorie. La storia della sua Termoli, che poi era anche la nostra. Da Carlo si respiravano tradizione, poesia, pittura, con un aroma denso e inconfondibile di termolesità. Era il cantore di una Termoli antica, fatta di poche anime ma di un’identità genuina, paesana, autentica. Quella che oggi chiameremmo “appartenenza”, ma che lui viveva senza bisogno di darle un nome.
Carlo Cappella era nato a Termoli il 26 giugno 1926. Quest’anno, in quella data, avrebbe compiuto cento anni. Un secolo. E siamo certi che chi di dovere non si dimenticherà di lui il prossimo 26 giugno, celebrandolo come merita. Anche se non sarà fisicamente con noi, Termoli glielo deve. Per tutto ciò che ha fatto, raccontato, insegnato. Per aver spiegato a molti come si ama davvero il proprio cordone ombelicale, quello che ti lega per sempre alla città in cui sei nato.
Una Termoli che Carlo ha anche saputo criticare, talvolta osteggiare in alcune sue sfaccettature. Ma lo ha fatto come fa un padre o una madre quando rimproverano un figlio: con uno scappellotto dato per amore, mai per disprezzo. Sempre e solo come sprone a fare meglio.
Nato in una famiglia di pittori e intagliatori, Carlo fu Capostazione Superiore delle Ferrovie dello Stato. Nelle ore libere dal lavoro si dedicava alla scrittura e alla pittura. Partecipò con le sue opere a numerose mostre collettive e personali: a Termoli nel 1950 e a Campobasso nel 1964. Ha pubblicato testi fondamentali per la memoria cittadina: Termoli dalle origini, La Cattedrale di Termoli, Contromemoriale sulla storia di San Basso, I modi di dire termolesi. È stato presenza viva e costante nei calendari artistici dedicati alle tradizioni locali.
Alcuni suoi lavori poetici, così autenticamente termolesi, furono ripresi anche da giornali nazionali sempre a caccia di talenti nascosti nelle province: Il Roma, Il Quotidiano, La Gazzetta del Mezzogiorno, L’Osservatorio della Domenica, oltre a numerose riviste regionali.
A chiusura di questo viaggio attraverso Carlo e il suo testamento culturale, vogliamo ricordarlo anche in un modo che, ancora oggi, sa commuovere. A volte dava l’impressione di avere un carattere ombroso, ma chi lo conosceva davvero sapeva quanto fosse spiritoso, amichevole, profondamente comprensivo. Metteva a disposizione di chiunque volesse conoscere Termoli tutto il suo immenso bagaglio culturale, tradizionale, identitario. Carlo ha lasciato alla città un patrimonio da far invidia, di cui potranno godere le future generazioni.
E c’è un’immagine, più di tutte, che ancora oggi ci stringe il cuore: quella che lo ritrae insieme a uno dei suoi più grandi amici, Basso Ragni, nella torretta belvedere. Colpisce e commuove sapere che quei due amici per la pelle se ne siano andati a distanza di una sola settimana: Carlo il 31 marzo 2009, Basso pochi giorni dopo. Come a dire che gli amici veri non si lasciano mai soli.
Quella foto, scattata poco prima della loro dipartita, sembra quasi il preludio di ciò che sarebbe accaduto di lì a poco: due anziani amici che si tengono per mano mentre si avviano verso la torretta, lo studio di Carlo, come se stessero facendo le prove generali del loro ultimo viaggio. Un viaggio che li avrebbe portati insieme, dalla terra lassù, tra gli angeli. Con le trombe pronte ad annunciare al Grande Padre l’arrivo in Paradiso di due grandi amici, capaci di far divertire anche lassù, così come hanno saputo fare con tutti noi che abbiamo avuto la fortuna di conoscerli quaggiù.

Michele Trombetta