TERMOLI. Dal 3 al 16 gennaio 2026, la Nuova Officina Solare – Galleria d’Arte Contemporanea di Corso Nazionale 12 A – ospita “Scritture di Luce”, la nuova mostra di Luigi (Gino) Giancristofaro, a cura di Nino Barone. Un’esposizione che non si limita a presentare fotografie, ma invita a entrare in un laboratorio di pensiero, tecnica e sensibilità costruito in cinquant’anni di ricerca.
Disegnare con la luce
La parola fotografia nasce dall’unione dei termini greci phôs (luce) e graphía (scrittura, disegno). È un concetto che sembra fatto apposta per raccontare il lavoro di Giancristofaro: non un semplice registrare la realtà, ma un disegnare con la luce, scavando nelle metamorfosi delle cose e nel loro rapporto con il tempo.
In un’epoca in cui ogni dispositivo quotidiano è diventato una macchina fotografica tascabile, la fotografia rischia di essere percepita come un gesto banale, alla portata di tutti. Ma l’arte fotografica – quella vera – non coincide con la mera possibilità tecnica. L’artista fotografo non si limita a rappresentare: vede oltre, interpreta, costruisce, scrive.
Cinquant’anni di ricerca ostinata
Giancristofaro appartiene a questa categoria di scrittori di luce. Da mezzo secolo sperimenta con rigore e metodo, costruendo da sé parte delle apparecchiature che utilizza per ottenere la luce “giusta”, quella capace di restituire la sua gamma infinita di grigi: dal bianco puro della carta al nero profondo dei sali d’argento.
Il suo è un lavoro che unisce artigianato, scienza e poesia. Ogni immagine nasce da un processo complesso: scelta del soggetto, studio delle luminanze con esposimetro spot, selezione di pellicola e rivelatore, interpretazione del negativo in camera oscura. Le stampe, tutte rigorosamente in bianco e nero, sono realizzate a mano da negativi di grande formato, spesso 8×10”, con ingranditori autocostruiti.
La pandemia come soglia
Le opere esposte in Scritture di Luce nascono durante i mesi più duri della pandemia. Un tempo sospeso, fatto di isolamento, distanza, finestre che diventano confini e paesaggi interiori. Per mantenere uno sguardo lucido e distaccato, Giancristofaro sceglie di “estraniarsi”, trasformandosi in un occhio esterno che osserva la quotidianità come se fosse materia nuova: oggetti domestici, dettagli minimi, scorci colti da una finestra, camminate solitarie.
Ne emergono immagini che hanno qualcosa di platonico: forme essenziali, sospese, capaci di evocare emozioni profonde e interrogativi sul contesto che le ha generate. La ricchezza dei grigi, ottenuta con una maestria rara, amplifica la sensazione di trovarsi davanti a frammenti di tempo senza tempo.
Un autore che costruisce il proprio linguaggio
Nato come docente di lingua straniera nelle scuole di Termoli e San Severo, Giancristofaro incontra la fotografia molto prima dell’insegnamento. Durante gli studi universitari frequenta il CADOF di Pescara, diplomandosi nel 1980. Da allora non ha mai smesso di fotografare, accumulando un archivio di decine di migliaia di immagini.
Il suo metodo è rigoroso, quasi ascetico. Utilizza spesso il sistema zonale, ma lo adatta alle proprie esigenze attraverso test condotti con un sensitometro autocostruito. Le sue macchine fotografiche – una 8×10” costruita da lui e una Toyo View 45 – sono strumenti di un linguaggio personale, affinato nel tempo con obiettivi Schneider, Carl Zeiss e Apo Symmar.
La stampa, per lui, non è mai un atto conclusivo: ogni negativo può essere interpretato in modi diversi, e la “stampa migliore” è sempre quella che deve ancora arrivare.
Scrivere con la luce, ogni giorno
Con Scritture di Luce, Giancristofaro si inserisce nella tradizione dei grandi fotografi che hanno fatto della luce una materia viva, un alfabeto, un modo di pensare. Le sue immagini non sono semplici fotogrammi: sono pagine di un diario visivo che continua a crescere, giorno dopo giorno.
La mostra è un invito a rallentare, osservare, ascoltare ciò che la luce rivela. Un invito a ricordare che la fotografia, quando è arte, non riproduce: interpreta.
EB




