TERMOLI. Ci sono anni che scorrono e anni che chiedono conto. Il 2025 si è chiuso e il 2026 si è aperto con una sensazione chiara nell’aria: non possiamo permetterci di vivere questo tempo come spettatori. Siamo dentro un passaggio storico, culturale, civile. È come se il nuovo anno avesse bussato con più forza del solito, ricordandoci che molti nodi stanno arrivando al pettine. E il modo in cui li scioglieremo dirà chi vogliamo essere.
Con la foto della prima alba dell’anno di Stefano Leone, a Termoli, guardando al Molise, all’Italia, al mondo: quattro cerchi concentrici, e noi dentro. Non distanti, non separati. Ogni cosa avviene in relazione: la scuola che funziona o non funziona, la strada pulita o sporca, l’ospedale che cura o rimanda, la guerra che sembra lontana ma condiziona prezzi, migrazioni, clima, futuro. Siamo più interconnessi di quanto ammettiamo. E allora questo non è solo un editoriale, ma un invito a una presa di coscienza collettiva.
Termoli: scegliere la bellezza contro il disordine
Termoli arriva al 2026 con molte questioni aperte. Una città in movimento, sì, ma non ancora in cammino strutturato. Ci sono segnali positivi, fermento culturale, eventi che hanno riportato gente in strada, il porto che torna centrale nei discorsi pubblici, la volontà crescente di valorizzare storia e mare. Ma tutto questo rischia di rimanere fiammata se non si trasforma in responsabilità condivisa. Non solo dell’amministrazione, ma dei cittadini.
La bellezza è una scelta quotidiana. Dipende da come trattiamo le nostre vie, da come usiamo gli spazi pubblici, da come rispettiamo chi lavora, da come educhiamo i nostri figli nel gesto minimo: un rifiuto buttato correttamente, una parola in meno e un ascolto in più, un’auto parcheggiata meglio, una fila fatta con civiltà. Termoli non ha bisogno solo di investimenti: ha bisogno di qualità umana, di cultura civica, di orgoglio. Ha bisogno che ciascuno dica: questa città è anche mia, me ne prendo cura.
E poi la sanità, che resta nervo scoperto. Il Punto Nascita rialza la testa, ma serve programmazione, personale, stabilità. La salute non può essere tema di emergenza permanente. E ancora turismo, porto, decoro urbano, servizi, collegamenti ferroviari e viari, giovani in fuga, talenti non valorizzati. Il 2026 deve essere l’anno delle decisioni chiare e delle responsabilità chiare. Basta promesse a metà: serve visione.
Molise: non siamo piccoli, siamo pochi. È diverso.
Il Molise entra in questo nuovo anno con potenzialità immense e contraddizioni profonde. Terra bella e fragile, dove chi resta spesso lotta il doppio per ottenere la metà. La sanità regionale fatica, i paesi interni si svuotano, il lavoro stabile è miraggio per troppi. Ma questa terra possiede ancora un capitale che altrove è già perduto: comunità, relazioni, identità. Se sapremo trasformarle in risorsa reale, il Molise potrà respirare futuro.
L’emergenza oggi non è solo economica ma etica ed educativa. Vale più un bravo insegnante che mille convegni. Vale più una biblioteca aperta di un post indignato sui social. Vale più un giovane che torna per costruire lavoro qui che un premio per la “resilienza” se poi restiamo fermi. Il Molise può uscire dalla marginalità solo se crede nel valore della formazione, della cultura, della sostenibilità ambientale intelligente, del welfare che funzioni davvero, delle energie rinnovabili che non deturpano ma rigenerano.
E poi il tema dei valori: rispetto, solidarietà, comunità. Non nostalgia, ma fondamento. Dobbiamo recuperare l’idea che il bene collettivo è il bene di ognuno. Che un paese pulito, una piazza viva, un ospedale funzionante, una scuola forte non sono dettagli amministrativi: sono dignità.
Italia: tra la paura di cambiare e l’urgenza di farlo
Il nostro Paese continua a oscillare tra slanci e freni. Si discute molto, si ascolta poco. La politica rincorre il consenso più che il futuro, mentre i nodi irrisolti restano: ospedali al limite, scuola in sofferenza, stipendi bassi, natalità ai minimi storici, precarietà che diventa identità generazionale.
Il 2026 deve essere l’anno del ritorno ai fondamentali: lavoro dignitoso, lotta al precariato, investimenti veri in scuola e ricerca, rigenerazione urbana che valorizzi e non cementifichi, legalità come habitat quotidiano. Dobbiamo scegliere se continuare a lamentarci o provare a cambiare. E questo non riguarda solo il governo: riguarda ognuno di noi. Un Paese lo trasformano i cittadini prima ancora delle leggi.
Il mondo: la domanda più antica resta la più urgente. Che umanità vogliamo essere?
Guerre che non finiscono, clima che presenta conto, crisi energetiche, instabilità globale. Le immagini arrivano nelle nostre case, ma rischiano di scivolare sullo schermo come fossero fiction. E invece parlano di noi. Non esiste più altrove. L’umanità è una sola.
La solidarietà globale non è buonismo: è lungimiranza. Chi volta lo sguardo oggi, domani subirà gli effetti delle sue omissioni. Il cambiamento climatico non aspetta, le migrazioni non si fermano, la tecnologia corre. E dentro tutto questo, c’è l’uomo: fragile, creativo, contraddittorio. Se perdiamo empatia, perdiamo il senso.
Il 2026 dovrebbe riportarci al centro della domanda morale: qual è il valore della vita umana? Che responsabilità abbiamo verso chi soffre, verso chi fugge, verso chi nasce, verso chi non ce la fa? Non possiamo costruire futuro senza pietà. Non possiamo parlare di sviluppo senza parlare di giustizia sociale.
E allora, cosa augurare a questo nuovo anno?
Non un miracolo. Non una svolta dall’alto. Ma un movimento dal basso. Educazione, cultura, lavoro, rispetto, attenzione al fragile, cura dello spazio comune, lotta al degrado fisico e morale, amore per la terra, scelta della bellezza come metodo. Termoli, Molise, Italia, mondo: tutto inizia nei gesti piccoli. Che il 2026 sia l’anno in cui ci guardiamo allo specchio con onestà. L’anno in cui smettiamo di aspettare e iniziamo a partecipare. L’anno in cui uniamo coraggio e gentilezza, rigore e umanità. L’anno in cui torniamo a credere che migliorare è possibile, se lo facciamo insieme. Perché i calendari cambiano da soli. Le comunità cambiano solo se ci mettiamo mano, testa e cuore. E se scegliamo, ogni giorno, il bello invece del brutto, la cura invece dell’indifferenza, il valore invece dell’abitudine.
Il 2026 è qui. Adesso la domanda è semplice e decisiva: cosa vogliamo farne?
Se vorrai, sarà l’anno migliore non per fortuna, ma per responsabilità. E quella – sempre – è nelle nostre mani. Termolionline sarà giorno per giorno con voi.
Emanuele Bracone
