mercoledì 11 Febbraio 2026
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Controlli, obblighi e contratti: quanta burocrazia nella rete delle imprese da pesca

TERMOLI. «Dal 10 gennaio è scattato un passaggio che segna una svolta per l’intero comparto ittico nazionale: tutte le unità di pesca, comprese quelle finora escluse dai regolamenti comunitari, sono formalmente tenute a dotarsi di un sistema di gestione video (VMS – Video Management System). Una misura che, nelle intenzioni del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, punta a rafforzare il controllo sulle attività di pesca e a garantire un monitoraggio più puntuale delle risorse ittiche, ma che necessita di un percorso di adeguamento graduale. Per questo, come chiarito da una circolare ministeriale, è stato disposto un periodo di transizione che consenta alla flotta di aggiornarsi senza blocchi operativi, tenendo conto dei tempi tecnici di installazione e delle procedure complesse legate all’omologazione dei dispositivi.

Il quadro comunitario è chiaro: gli Stati membri dell’Unione Europea devono essere in grado di monitorare costantemente la propria flotta, ovunque essa operi, per assicurare la tracciabilità delle attività di pesca e prevenire lo sfruttamento irregolare delle risorse. L’Italia, in questo contesto, si è dotata da tempo del Sistema di Controllo Pesca (SCP), una piattaforma nazionale che raccoglie, archivia e rappresenta graficamente la posizione delle imbarcazioni, consentendo una gestione operativa centralizzata delle informazioni. Le unità sottoposte a controllo devono quindi essere equipaggiate con dispositivi in grado di trasmettere dati sulla posizione, sui rapporti di pesca, sulle emergenze e sugli allarmi, integrandosi con l’infrastruttura nazionale.

Il Ministero, insieme al Centro di Controllo Nazionale della Pesca (CCNP) del Comando generale del Corpo delle Capitanerie di porto, ha avviato un iter tecnico-amministrativo articolato, che comprende la definizione delle specifiche tecniche, i test sui prototipi, l’approvvigionamento dei dispositivi omologati e la successiva installazione su larga scala. «L’obiettivo – si legge nella circolare – è garantire un’integrazione efficace dei nuovi apparati di bordo con il Sistema di Controllo Pesca nazionale, evitando interruzioni delle attività non imputabili agli armatori e assicurando un adeguamento progressivo dell’intera flotta». Una precisazione che risponde alle preoccupazioni espresse da molte imprese del settore, chiamate a un investimento tecnologico significativo in un momento già complesso per la pesca italiana.

Parallelamente, il comparto si trova ad affrontare un altro nodo normativo: la riforma dell’articolo 328 del Codice della navigazione, introdotta dalla legge 2 dicembre 2025, n. 182, che modifica in profondità le modalità di stipula dei contratti di arruolamento dei marittimi. Federpesca, in una nota inviata al Comando generale delle Capitanerie di porto, ha evidenziato le criticità applicative della nuova disciplina, che elimina l’atto pubblico e introduce nuovi obblighi formali a carico del comandante o dell’armatore. «Pur ispirata a finalità di semplificazione – scrive l’associazione – la riforma solleva numerosi interrogativi per il settore della pesca, caratterizzato da peculiarità operative e organizzative che lo distinguono da altri ambiti del lavoro marittimo». In particolare, emergono dubbi sugli adempimenti richiesti ai comandanti e sulle responsabilità connesse alla validità dei contratti.

Per questo Federpesca ha chiesto un confronto urgente con il Comando Generale delle Capitanerie di Porto, con l’obiettivo di individuare soluzioni operative uniformi su tutto il territorio nazionale. «È necessario – sottolinea l’associazione – garantire certezza giuridica alle imprese e tutela ai comandanti e agli equipaggi, evitando interpretazioni divergenti che potrebbero generare contenziosi o difficoltà operative». Una richiesta che riflette il clima di incertezza che accompagna l’entrata in vigore della nuova normativa, in un settore dove la rapidità delle operazioni e la specificità delle condizioni di lavoro rendono essenziali procedure chiare e applicabili.

Sul fronte assicurativo, invece, arriva una notizia accolta con favore dal comparto: il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) ha chiarito ufficialmente che le navi destinate alla pesca professionale sono escluse dall’obbligo assicurativo contro i rischi catastrofali introdotto dalla legge di bilancio 2024. La precisazione, pubblicata in una FAQ sul sito istituzionale del Ministero, recepisce integralmente la posizione sostenuta da Federpesca, che nei mesi scorsi aveva sollevato dubbi sulla corretta interpretazione della norma. «Le navi da pesca – spiega il Mimit – non rientrano tra i beni strumentali individuati dal codice civile quali presupposto per l’applicazione dell’obbligo assicurativo». Una distinzione che evita alle imprese un aggravio economico significativo.

«È stato finalmente chiarito – afferma la direttrice di Federpesca, Francesca Biondo – che le navi da pesca professionale non concorrono a determinare l’insorgenza del vincolo assicurativo introdotto dalla legge di bilancio 2024, evitando così un onere ingiustificato per le imprese del settore. Si tratta di un risultato di particolare rilievo, frutto di mesi di confronto costante e di un dialogo costruttivo con i Ministeri competenti». L’associazione precisa, tuttavia, che l’esclusione riguarda esclusivamente il bene “nave”, mentre restano soggetti all’obbligo assicurativo gli eventuali beni classificati alla voce B), numeri 1), 2) e 3) dell’articolo 2424 del codice civile, qualora di proprietà dell’impresa.

In un momento in cui il settore della pesca è chiamato a confrontarsi con nuove tecnologie, nuove responsabilità e nuovi adempimenti, queste tre vicende – l’obbligo del VMS, la riforma dei contratti di imbarco e il chiarimento sull’assicurazione catastrofale – delineano un quadro in evoluzione, complesso ma decisivo per il futuro della flotta italiana. Un quadro che richiede, come sottolineano le associazioni di categoria, «chiarezza normativa, tempi certi e un dialogo costante tra istituzioni e imprese», per garantire sostenibilità, legalità e continuità operativa a un comparto che resta strategico per l’economia e per le comunità costiere del Paese».