martedì 20 Gennaio 2026
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La vertenza Stellantis rientra nel dimenticatoio, ma dal territorio c’è chi non ci sta

TERMOLI. La crisi dello stabilimento Stellantis di Termoli torna a imporsi con forza nel dibattito pubblico molisano, assumendo i contorni di una vera e propria emergenza sociale. La prospettiva di un anno intero di cassa integrazione per la maggior parte dei lavoratori non è soltanto un dato industriale: è un segnale politico, economico e culturale che investe l’intera regione. In un territorio fragile, segnato da spopolamento, invecchiamento demografico e scarsità di alternative occupazionali, il destino del più grande polo industriale molisano rappresenta un indicatore decisivo del futuro collettivo.

Eppure, a fronte di numeri che parlano di quasi duemila addetti (1.821 per la precisione), la percezione diffusa è quella di una reazione debole, quasi anestetizzata, tanto sul piano istituzionale quanto su quello dell’opinione pubblica. Un silenzio che pesa, perché il ricorso prolungato agli ammortizzatori sociali non è mai neutro: produce effetti a catena sull’indotto, sui consumi, sulla fiducia delle famiglie e sulla tenuta complessiva del tessuto sociale.

In questo quadro si inserisce la presa di posizione di Camilla Mastroberardino, che ha scelto di affidare a una lettera aperta il proprio allarme per le sorti dello stabilimento di Termoli e, più in generale, per il futuro del lavoro in Molise. Una riflessione che intreccia dati, preoccupazioni civili e un giudizio severo sulle strategie industriali del gruppo Stellantis e sull’assenza, protrattasi negli anni, di una visione industriale nazionale capace di tutelare territori e lavoratori.

«Scrivo per esprimere la mia più profonda preoccupazione per le sorti della Stellantis di Termoli, alla luce della notizia che la maggior parte dei dipendenti resterà in cassa integrazione per un intero anno.

Da molisana, a questo cruccio si unisce lo stupore per l’apparente tranquillità che sembra caratterizzare tanto la politica regionale quanto l’opinione pubblica. Quasi duemila lavoratori coinvolti in un regime di cassa integrazione in una regione che conta meno di 290.000 abitanti non sono un dato marginale: sono un’enormità. Fatico a comprendere quale parte della gravità di un tale evento non risulti chiara.

Siamo di fronte a una crisi che non riguarda soltanto i lavoratori direttamente interessati, ma l’intero tessuto economico e sociale del Molise. Una ferita che rischia di allargarsi, in un territorio già fragile, segnato da spopolamento, scarsità di alternative occupazionali e negligenze varie.

Ci sarebbe poi da aprire un capitolo a parte sulle scelte sempre più apertamente anti-italiane della famiglia che oggi gestisce quella che un tempo era una gloriosa azienda automobilistica nazionale. Così come sulle casse integrazioni “a gettone”, utilizzate per fare cassa e silenziosamente avallate da governi che si sono succeduti negli anni, senza una visione industriale degna di questo nome.

Mi preme sottolineare un punto essenziale: se un atteggiamento simile dovesse rimanere impunito, allora significherebbe accettare l’idea che il nostro Paese sia in svendita, e che il lavoro possa essere trattato come una variabile sacrificabile.

Mi associo inoltre all’angoscia dei lavoratori degli altri stabilimenti del gruppo, nei confronti dei quali la proprietà non sta dimostrando senso di responsabilità sociale.

Figure come Enrico Mattei e Adriano Olivetti, che hanno incarnato un’idea alta e lungimirante di impresa italiana, probabilmente oggi si rivolterebbero nella tomba di fronte a tanto disimpegno.

Auspico che questo tema trovi lo spazio e l’attenzione, anche mediatica, che merita, perché il futuro del lavoro in Molise non può essere in alcun modo archiviato come una notizia di passaggio».

EB