mercoledì 11 Febbraio 2026
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Tasse alte, salari bassi: l’Italia resta indietro

TERMOLI. In Italia il lavoro continua a essere schiacciato da un paradosso che ormai non fa più notizia ma produce danni crescenti: si paga più che altrove e si guadagna meno.

Un primato negativo che FEDITALIMPRESE – Federazione Imprese Italiane denuncia con forza, ricordando come la pressione fiscale italiana resti stabilmente tra le più alte d’Europa, mentre le retribuzioni nette scivolano verso il fondo delle classifiche.

Un divario che non è più un’anomalia statistica, ma una condizione strutturale che indebolisce imprese, lavoratori e territori, soprattutto quelli periferici e di confine come il basso Molise, dove la fragilità economica amplifica ogni squilibrio nazionale.

«La pressione fiscale in Italia cresce più che altrove e continua a colpire in modo sproporzionato chi produce valore», afferma Gianluca Micalizzi, Presidente nazionale di FEDITALIMPRESE. «Le imprese pagano di più, i lavoratori guadagnano di meno: è un sistema che non regge e che sta erodendo competitività, potere d’acquisto e fiducia».

Il nodo resta il cuneo fiscale e contributivo, un macigno che sottrae risorse a chi crea occupazione e a chi lavora, lasciando il Paese intrappolato in un modello che non premia né la produttività né il merito.

A parità di costo del lavoro, infatti, il salario netto italiano resta più basso rispetto a molti partner europei, con effetti immediati: consumi deboli, investimenti frenati, fuga di competenze verso Paesi più attrattivi.

«Non è accettabile che il lavoro in Italia sia tassato più che altrove e pagato meno», prosegue Micalizzi. «Così si scoraggia l’occupazione, si bloccano gli investimenti e si spingono giovani e professionisti a cercare condizioni migliori all’estero».

Una dinamica che colpisce in modo particolare le aree già penalizzate da infrastrutture carenti e servizi insufficienti, dove ogni euro sottratto al reddito o alla liquidità aziendale pesa il doppio.

Per FEDITALIMPRESE la strada è chiara: serve un intervento strutturale, non l’ennesima misura tampone. Riduzione reale della pressione fiscale, abbattimento del cuneo, semplificazione normativa, politiche economiche che rimettano impresa e lavoro al centro.

Non più annunci, ma scelte capaci di invertire una rotta che da decenni porta nella stessa direzione: imprese più deboli, lavoratori più poveri, territori sempre più marginalizzati.

«Se non si cambia passo, continueremo a perdere terreno mentre gli altri Paesi crescono», conclude Micalizzi. «È il momento di passare dalle parole ai fatti».

Un appello che risuona con forza anche nei distretti locali, dove la tenuta sociale ed economica dipende dalla capacità di liberare energie, non di soffocarle sotto il peso di un sistema che chiede molto e restituisce poco.