TERMOLI. Nessuna frase a effetto, nessun tentativo di semplificare un ragionamento che, per sua natura, semplice non è. L’incontro pubblico con Gianni Cuperlo, svoltosi alle 17.30 presso la Cala Sveva di Termoli, ha avuto il passo lento e denso di una riflessione politica che prova a misurarsi con la fase storica in corso, evitando consapevolmente la retorica dell’attualità spicciola.
Promosso dai circoli del Partito Democratico di Termoli e Guglionesi, rappresentati dai segretari Antonio Giuditta e Annamaria Becci, moderato da Francesca D’Anversa, l’appuntamento si inserisce in un percorso di confronto sui temi che attraversano in modo strutturale il Molise: lo spopolamento delle aree interne, la crisi della sanità pubblica, la riduzione dei servizi essenziali, la migrazione giovanile. Questioni che fanno da sfondo a un disagio profondo e che Cuperlo non ha trattato come emergenze isolate, ma come effetti di una trasformazione più ampia che riguarda il rapporto tra Stato, diritti e democrazia.
Sala pressoché completa, con diverse persone anche in piedi, tra amministratori, sindaci, consiglieri regionali, dirigenti, iscritti e cittadini.
Il filo conduttore dell’intervento è stato l’invito all’analisi. Non come esercizio teorico, ma come precondizione dell’agire politico. Cuperlo ha richiamato una lezione ricevuta nella sua formazione politica: prima delle scelte, prima delle alleanze, prima persino delle parole d’ordine, occorre capire in quale fase della storia ci si trova. Senza questa consapevolezza, la politica rischia di muoversi alla cieca, inseguendo eventi che non controlla.
Secondo l’esponente dem, non siamo di fronte a una semplice fase di cambiamento, ma a un passaggio di epoca. Una stagione nella quale si concentrano dinamiche destinate a incidere sul futuro della democrazia occidentale per i prossimi decenni. È in questo contesto che va letta, a suo giudizio, la crisi della democrazia liberale, un sistema che per lungo tempo è stato considerato irreversibile e che oggi mostra segnali evidenti di vulnerabilità.
Il riferimento agli Stati Uniti è stato esplicito. Cuperlo ha descritto la presidenza Trump come una rottura profonda rispetto alla tradizione democratica americana, non solo per le politiche adottate, ma per la visione del mondo che propone: il primato della forza, la marginalizzazione delle istituzioni sovranazionali, la riduzione della diplomazia a rapporto di potenza. Una visione che, ha sottolineato, non riguarda solo una figura politica, ma un’intera area di pensiero che si sta affermando nel campo occidentale.
Accanto a Trump, nel suo ragionamento, emergono attori meno visibili ma strategici: esponenti dell’amministrazione statunitense che hanno messo in discussione apertamente i fondamenti della civiltà giuridica europea – dalla separazione dei poteri allo Stato di diritto – e grandi protagonisti del capitalismo tecnologico che teorizzano la concentrazione del potere nelle mani di pochi come unica risposta alla complessità del presente. Un’idea che mette in discussione il principio stesso della democrazia rappresentativa.
Cuperlo ha insistito su un punto: la novità storica di questa fase sta nel fatto che l’attacco alla democrazia non proviene più dall’esterno, come accaduto nel Novecento con il terrorismo e le strategie eversive, ma nasce dall’interno. Forze politiche che vincono le elezioni utilizzano il consenso per modificare le regole, limitare l’autonomia delle istituzioni, ridurre gli spazi di libertà. È un processo graduale, spesso legittimato formalmente, ma non per questo meno pericoloso.
Lo sguardo si è poi spostato sull’Europa. L’Ungheria di Orbán viene indicata come un caso emblematico di “democrazia illiberale”, un ossimoro che segnala la trasformazione di un sistema che mantiene le forme elettorali ma svuota i contenuti dello Stato di diritto. Ma la preoccupazione di Cuperlo riguarda anche le grandi democrazie fondatrici dell’Unione. La crisi politica francese e la recessione tedesca rappresentano fattori di instabilità che rendono l’Europa più esposta a derive nazionaliste e autoritarie.
È in questo quadro che l’intervento ha toccato il tema delle divisioni nel campo progressista. Senza negare l’esistenza di differenze politiche e culturali, Cuperlo ha sostenuto che, di fronte a una minaccia sistemica alla democrazia, la frammentazione rischia di trasformarsi in irresponsabilità. La storia del Novecento ha ricordato, insegna che quando è in gioco la tenuta delle istituzioni democratiche, l’unità delle forze che si oppongono a quelle derive diventa una necessità.
Dal contesto internazionale il discorso è poi tornato ai problemi concreti del Paese, con un passaggio netto sulla sanità pubblica. Cuperlo ha citato il dato dei milioni di italiani che rinunciano alle cure come indicatore di una crisi che non è più marginale. La sanità, ha spiegato, rappresenta uno dei pilastri del patto democratico: quando l’accesso alle cure dipende dal reddito o dalla residenza, la promessa di uguaglianza sancita dalla Costituzione viene meno.
Nel mirino la narrazione del governo sull’aumento della spesa sanitaria. Secondo Cuperlo, concentrarsi sul valore assoluto delle risorse stanziate significa eludere la questione centrale: il rapporto tra spesa sanitaria e prodotto interno lordo. Quando quel rapporto scende sotto determinate soglie, come sta avvenendo, il sistema universalistico non è più in grado di garantire servizi adeguati, aggiornamento tecnologico e personale sufficiente.
Il tema della sanità è stato collegato a quello più ampio della disaffezione politica. Quando i diritti fondamentali non sono garantiti, cresce la distanza tra cittadini e istituzioni. È in questa frattura che trovano spazio la sfiducia, l’astensionismo e la disponibilità ad accettare soluzioni autoritarie in cambio di una presunta sicurezza.
Cuperlo ha richiamato Antonio Gramsci e la nozione di “connessione sentimentale” tra politica e popolo. Senza questo legame, ha sostenuto, la sinistra perde la propria funzione storica. Non basta elaborare programmi o costruire alleanze se manca la capacità di comprendere e condividere i bisogni materiali delle persone. La politica non può ridursi a esercizio tecnico, perché in quel caso lascia campo libero a chi sa mobilitare emozioni più semplici e più radicali. Il riferimento al fascismo è stato inserito in questa chiave. Non come evocazione simbolica, ma come analisi di un meccanismo ricorrente: quando la speranza viene meno, resta la paura. È su questa leva che si costruiscono i regimi autoritari, offrendo soluzioni illusorie a problemi reali e chiedendo in cambio una riduzione delle libertà. Un processo che oggi, secondo Cuperlo, si ripresenta sotto forme nuove ma riconoscibili.
La risposta, nel suo ragionamento, non può essere affidata alla comunicazione o agli slogan, ma a un lavoro politico paziente e coerente. Restituire speranza significa offrire risposte concrete su lavoro, diritti, servizi, sanità. Significa ricostruire un rapporto di fiducia che negli ultimi anni si è progressivamente logorato.
Nel finale, l’intervento ha assunto un tono più personale, con il racconto dell’esperienza della madre che, grazie alle 150 ore conquistate dal movimento sindacale, torna a studiare da adulta. Un esempio utilizzato non come aneddoto emotivo, ma come dimostrazione concreta di cosa significhi emancipazione sociale: politiche pubbliche che cambiano realmente le condizioni di vita delle persone.
Quaranta minuti di conferenza, dunque, costruiti su un ragionamento continuo, senza interruzioni né semplificazioni. Un intervento che ha chiesto attenzione e ascolto, andando deliberatamente contro la logica delle frasi rapide e delle risposte facili. In un tempo politico che tende a ridurre tutto a poche parole chiave, Cuperlo ha scelto di insistere sull’analisi. Non per eludere le risposte, ma per provare a fondarle su una lettura più profonda della realtà.
Emanuele Bracone


