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11 Gennaio 2026

L’Associazione Italiana Residenze e Risorse Salute Mentale (Seconda parte)

Nell’articolo precedente ho presentato l’AIRRSaM. Ora propongo al lettore una sintesi significativa del documento che più caratterizza l’associazione: la Carta delle Residenze, che approvammo il 23 marzo 1996 come partecipanti al Primo Congresso Nazionale. Rappresenta il tentativo che esperienze tra loro assai diverse hanno fatto di individuare una base comune di consenso sulle caratteristiche imprescindibili che deve avere una residenza per persone con patologia psichiatrica grave, per potersi definire di buona qualità. La “Carta” non ha certo l’ambizione di rispondere a tutte le domande o di risolvere le controversie di un dibattito, quello sulla residenzialità per la salute mentale, che è in continuo divenire, né è la fine di un processo, ma semplicemente un punto di partenza, un ‘esplicita indicazione dei minimi prerequisiti perché una residenza si possa adeguatamente collocare all’interno di corrette politiche di salute mentale. Perché, in definitiva, chi ha il peso di un disturbo mentale possa essere trattato, in una fase del proprio percorso di cura, con la dignità che ogni essere umano merita.
Credo che ciò possa e debba interessare il Lettore, al di là di fede politica, cultura, competenze. L’abitare è un diritto inalienabile e lo è ancor di più per chi non ha l’equilibrio mentale per poterlo programmare in autonomia.
Ecco quindi alcuni princìpi della Carta.
Vogliamo affermare l’importanza delle residenze in quanto elementi indispensabili per il consolidamento di una psichiatria che rinuncia definitivamente al bisogno di manicomi e per la promozione della salute mentale, fondata sulla restituzione e sulla salvaguardia del diritto di cittadinanza delle persone con problemi di salute mentale.
Deriviamo il carattere di centralità delle residenze dal ruolo che esse hanno avuto e tuttora ricoprono nel panorama delle esperienze psichiatriche del nostro Paese. Esse infatti sono state il prodotto di processi di reale superamento del manicomio, consentendo di ricollocare l’esistenza degli internati nella dimensione della vita quotidiana, e hanno consentito e consentono di combattere le nuove forme di istituzionalizzazione in ambiti pubblici e privati (ivi compresi Ì Servizi di Diagnosi e Cura), di attivare progetti terapeutico-riabilitativi per soggetti con rilevanti problemi di salute mentale, ostacolando e prevenendo fenomeni di abbandono.
L’affermazione del carattere innovativo delle residenze rimanda preliminarmente a due fondamentali compiti.

  1. L’effettivo e definitivo superamento dell’ospedale psichiatrico, visto non solo nelle sue tradizionali funzioni di ricovero, ma considerato anche per le logiche che lo sottendono e che possono riprodursi nelle nuove realtà della psichiatria.
  2. La costruzione di una rete di servizi psichiatrici imperniati sul Centro di Salute Mentale e organizzati in forma dipartimentale, capaci di farsi carico di tutta la domanda proveniente dal territorio e fortemente integrati nella rete dei servizi socio-sanitari, della cooperazione sociale e del sistema non-profit, senza parcellizzazioni, separatezze di ambiti di intervento e di competenze economico-legislative.

Le residenze soddisfano bisogni fondamentali tra di loro complementari: quello di accedere ai diritti di cittadinanza, quello di abitare e quello di ricevere sostegno e cura. Poiché la residenza è spazio concreto in cui poter stare ed abitare e luogo simbolico rivestito di significati individuali, essa diventa parte dell’identità di chi la abita.
Le residenze possono essere pertanto risorse per persone:

  • con lunga storia di istituzionalizzazione
  • con rilevanti problemi di salute mentale
  • con ridotte/assenti capacità nella vita quotidiana
  • con assenza di rete famigliare
  • con gravi conflittualità nella vita famigliare e sociale
  • per le quali non sono stati utili precedenti progetti terapeutici portati avanti dai servizi di salute mentale.

Le caratteristiche di qualità delle residenze

  1. Le residenze devono essere fortemente integrate con il sistema dei servizi sanitari e sociali.
  2. È compito del Dipartimento di Salute Mentale attivare residenze: laddove questo non accada, il sistema non-profit sarà elemento di promozione e stimolo a servizi pubblici latitanti o assenti.
  3. Le residenze devono essere ubicate nel cuore degli insediamenti abitativi e devono favorire e promuovere una politica di integrazione con la comunità circostante.
  4. Le residenze devono avere piccole dimensioni, in modo da favorire un clima che valorizzi relazioni personalizzate, emotivamente investite tra pazienti e operatori.
  5. La valutazione del tempo di permanenza degli ospiti nelle residenze e gli obiettivi da raggiungere devono essere parte integrante e imprescindibile del progetto di ammissione; gli obiettivi raggiunti devono essere periodicamente discussi e valutati e i successivi ridefiniti tra gli operatori delle residenze e quelli del Centro di Salute Mentale; la dimissione dalla residenza deve essere considerata uno degli obiettivi da perseguire.
  6. I processi formativi devono avere carattere permanente, partire dall’esperienza quotidiana del gruppo di lavoro, coinvolgere contemporaneamente tutte le figure professionali impegnate nella residenza e nei Centri di Salute Mentale di riferimento.

Uno dei motivi per cui ho voluto condividere questo documento riguarda proprio la realtà molisana e un episodio di quando ero un giovane psichiatra. Si tratta di una ferita che se da una parte è ancora aperta e mi dà dolore, dall’altra credo mi abbia inoculato una tale quantità di rabbia, delusione e voglia di combattere da aver determinato in me la vera anima della Psichiatria Sociale che mi impegna da una vita.
L’episodio? Dopo aver organizzato, come Servizio di Salute Mentale, una Residenza in un paesino dell’interno (ovviamente ogni atto burocratico era stato rispettato), il giorno della inaugurazione e quindi dell’ingresso dei pazienti ci scontrammo con un muro umano di persone che impedirono di fatto l’apertura della Comunità.
Imparai principalmente due cose:

  • La miseria di una certa “politica” e di un certo clero (il prete del paese era orgogliosamente in testa alla protesta).
  • A rimboccarmi le maniche e a lavorare, da allora, affinché la società comprendesse, accogliesse, dialogasse, si avvicinasse con umanità al disturbo mentale. Compresi che quello doveva essere il mio compito principale.
    Fin lì, da giovane psichiatra ingenuo e pieno di entusiasmo, mi ero illuso che un prete fosse naturalmente a capo di gente che accoglie l’umanità sofferente e non a fare il capopolo di una rivolta contro diseredati, sfortunati, malati, sofferenti.
    Francamente devo sforzarmi molto per accogliere con umanità (cristiana o laica, poco importa) la disumanità di un pessimo “uomo di chiesa”.

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