martedì 10 Febbraio 2026
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La battaglia per il Sì: «Il giudice ‘terzo’ è democrazia»

TERMOLI. Il 22 e 23 marzo gli italiani saranno chiamati a votare sul referendum relativo alla riforma costituzionale in materia di ordinamento giurisdizionale e istituzione della Corte disciplinare. Una consultazione che incide direttamente sull’equilibrio dei poteri, sulla struttura della magistratura e sulle garanzie previste dall’articolo 111 della Costituzione. In un clima nazionale segnato da slogan, semplificazioni e accuse reciproche, il Comitato “Sì art. 111” ha scelto di riportare il confronto sul terreno più solido: il testo della riforma, la storia della giustizia italiana, le ragioni giuridiche e non ideologiche del cambiamento.
Ieri, lunedì 9 febbraio, alle 16, l’ex Cinema Sant’Antonio ha ospitato l’incontro “Le Ragioni del Sì”, un appuntamento che ha riunito magistrati, avvocati, studiosi e rappresentanti dell’avvocatura nazionale. A moderare il dibattito l’avvocato Fausi Khalifh Iannucci, referente territoriale del Comitato, che ha aperto i lavori ricordando l’obiettivo dell’iniziativa: «Restituire ai cittadini un confronto fondato sulla verità del testo costituzionale, non sulle distorsioni che stanno circolando nel dibattito pubblico. Il referendum non è un derby politico: è una scelta sulla qualità della giustizia».

Galasso: “La Repubblica è nata con un codice fascista. La riforma chiude una frattura storica”

Il primo intervento è stato quello dell’avvocato e professore Mercurio Galasso, già Past President della Camera Penale di Pescara, che ha ricostruito con rigore la genealogia del problema. «Nel 1948 – ha ricordato – i nostri Costituenti non riuscirono a varare un nuovo codice di procedura penale. Dovettero adattare gli articoli 101‑110 della Costituzione al vecchio impianto inquisitorio del codice Rocco. La Repubblica democratica nacque con un cuore processuale fascista. È un dato storico, non un’opinione». Galasso ha ripercorso i tentativi di riforma: D’Armenuti nel 1963, Pisapia nel 1974, il codice Vassalli del 1989, il “giusto processo” del 1999. «Ogni passo avanti – ha spiegato – si è fermato davanti allo stesso muro: giudici e pubblici ministeri nella stessa carriera, nello stesso organo di autogoverno, nella stessa cultura professionale. Senza separazione delle carriere, la terzietà del giudice resta un principio proclamato ma non garantito».
Il professore ha poi respinto con fermezza lo slogan secondo cui chi vota Sì sarebbe “contro i magistrati”: «È un insulto alla storia. Questa riforma nasce nella sinistra illuminata degli anni Settanta, è stata sostenuta da giuristi di ogni orientamento e oggi è appoggiata da figure come Augusto Barbera, già Presidente della Corte costituzionale. Non c’è nulla di eversivo: c’è la volontà di completare ciò che i Costituenti non poterono fare».

Colucci: “Le correnti hanno condizionato il Csm. La riforma libera la magistratura, non la indebolisce”

Il secondo intervento è stato affidato al dottor Daniele Colucci, Presidente designato del Tribunale di Larino. La sua analisi ha portato dentro la sala la voce di chi vive quotidianamente la giurisdizione dall’interno. «Quando si parla di “magistratura” – ha esordito – si parla di un mondo complesso. Ma è un fatto che negli ultimi decenni le correnti hanno assunto un ruolo para‑politico, condizionando il Csm e le carriere».

Colucci non ha demonizzato le correnti, riconoscendone anche la funzione culturale, ma ha denunciato le rendite di posizione che si sono consolidate nel tempo. «La separazione delle carriere – ha spiegato – non indebolisce la magistratura: la libera. Un giudice per le indagini preliminari davvero autonomo è la condizione minima per un processo accusatorio credibile. Oggi Pm e Gip appartengono alla stessa famiglia professionale, si valutano a vicenda, condividono percorsi e organi. È un problema strutturale, non personale».

Il magistrato ha poi criticato i toni allarmistici di una parte dell’Anm: «Dire che la riforma mette la magistratura sotto il controllo della politica è falso. La riforma chiarisce competenze e responsabilità, rafforza l’indipendenza del giudice e introduce un sistema disciplinare più trasparente. È un passo avanti, non un arretramento».

Urbano: “Il processo si decide nelle indagini preliminari. Lì oggi non c’è parità”

Il terzo intervento è stato quello dell’avvocato Michele Urbano, Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Larino. Urbano ha portato il discorso sul terreno più concreto: quello delle aule di giustizia. «Il processo – ha detto – si decide nelle indagini preliminari, non nel dibattimento. E lì non c’è parità. Il Pm costruisce il fascicolo, il Gip lo valuta, ma entrambi appartengono alla stessa carriera. È impossibile parlare di terzietà». Urbano ha ricordato che l’avvocatura sostiene la separazione delle carriere da oltre trent’anni e che tutte le principali associazioni forensi – dall’OCF all’Unione Camere Penali, fino all’AIGA – sono schierate per il Sì. «Non è una battaglia politica – ha ribadito – ma una battaglia di civiltà giuridica. La riforma non tocca l’obbligatorietà dell’azione penale, non indebolisce il PM, non consegna nulla alla politica. Rafforza il giudice, che diventa finalmente terzo».

Di Pietro: “Ho visto il sistema da dentro. Senza un giudice libero, il processo accusatorio non esiste”

Il quarto intervento, tra i più attesi, è stato quello dell’avvocato Antonio Di Pietro, già magistrato e oggi sostenitore del Comitato Sì Separa – Fondazione Einaudi. La sua testimonianza ha un peso particolare perché nasce da un doppio sguardo: quello del PM e quello del difensore.
«Io voto sì – ha detto – perché ho visto come funziona davvero la fase delle indagini preliminari. Lì non c’è contraddittorio, non c’è difesa, non c’è equilibrio. E lì si decide la vita delle persone». Di Pietro ha raccontato di essere stato processato 37 volte: «Non capivo perché ci dovessi andare. Poi ho capito: il giudice per le indagini preliminari non è libero come dovrebbe essere. È un problema di sistema, non di persone». Ha poi respinto l’idea che la riforma trasformi il Pm in un “superpoliziotto”: «È una sciocchezza. Il Pm continuerà a esercitare l’azione penale obbligatoria. La differenza è che davanti avrà un giudice davvero terzo. È questo che fa la democrazia».

Vitale: “La giovane avvocatura sostiene questa riforma dal 1994. È una battaglia di equilibrio, non di potere”

A chiudere il giro degli interventi è stata l’avvocata Clementina Vitale, componente della Giunta Nazionale Aiga. La sua voce ha portato in sala la prospettiva della giovane avvocatura, spesso esclusa dai grandi dibattiti istituzionali. «L’Aiga sostiene la separazione delle carriere dal 1994 – ha ricordato – e non perché sia una battaglia politica, ma perché è una battaglia di equilibrio. La riforma non nasce oggi, non nasce da un governo, non nasce da una maggioranza: nasce da trent’anni di riflessioni dell’avvocatura italiana».
Vitale ha insistito sulla necessità di un dibattito onesto: «Opinioni diverse sono legittime, ma il principio di verità è essenziale. Dire che la riforma è “contro i magistrati” è falso. Dire che mette il Pm sotto il governo è falso. Dire che indebolisce la giurisdizione è falso. La riforma chiarisce ruoli, responsabilità e competenze. E questo rafforza la democrazia».

Il Comitato “Sì art. 111” ha richiamato anche le parole del professor Augusto Barbera, già Presidente della Corte costituzionale, che ha espresso un convinto sostegno alla riforma sottolineando come un esito positivo del referendum «rafforzerebbe le garanzie costituzionali, chiarendo competenze e responsabilità all’interno dell’ordinamento giudiziario». È questo il cuore del messaggio: la giustizia tutela le persone, non i partiti. E il voto referendario richiede consapevolezza, non slogan.
Il 22 e 23 marzo gli italiani non voteranno per o contro un governo, ma per o contro un modello di giurisdizione. La domanda che resta sospesa è semplice e definitiva: l’Italia vuole finalmente un processo accusatorio vero, o preferisce continuare a vivere in un sistema che proclama la terzietà ma non la garantisce?

Emanuele Bracone