venerdì 6 Febbraio 2026
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Resilienza e Rinascita del Molise non possono esserci senza l’impegno delle giovani generazioni: lo stimolo

TERMOLI.  Ci sono pomeriggi che sembrano uguali agli altri, e poi ci sono pomeriggi che segnano una linea nella storia di un territorio. Ieri, domenica 1° febbraio, dalle 17, nella sala Tropicana del ristorante La Vida, non si è svolto un incontro, né un convegno, né una riunione di circostanza: si è consumato un atto politico nel senso originario del termine, un momento in cui una comunità – stanca, ferita, umiliata – ha deciso di non delegare più, di non aspettare più, di non subire più. Una chiamata collettiva lanciata dal Gruppo Pro Costituzione Fans e dal Gruppo Operativo del Manifesto per la Resilienza e la Rinascita del Molise, che ha messo insieme generazioni diverse, storie diverse, competenze diverse, ma un’unica consapevolezza: il Molise è arrivato al limite. E se non si muove adesso, non si muoverà più.

L’apertura: Fiardi e la verità senza filtri

A rompere il ghiaccio è stato Francesco Fiardi, con la sua schiettezza disarmante, quella che non cerca consensi ma dice le cose come stanno: “Grazie di essere venuti. Dobbiamo fare qualcosa per questo Molise. Tutto qui”. Nessuna retorica, nessun artificio. Solo la constatazione che il Molise è stato consegnato ai giovani come un rottame morale e materiale, e che non c’è più tempo per aspettare che qualcuno lo aggiusti dall’alto. Fiardi ha parlato della stanchezza, della rassegnazione, della necessità di rompere un meccanismo che da anni produce immobilismo, sfiducia, abbandono. Ha ricordato che il pomeriggio non è un orario facile, che non si aspettava tanta gente, che la presenza dei giovani era tutt’altro che scontata. E proprio per questo, ancora più preziosa.

Ricciuti e lo “scambiamento”: il Molise che soffoca

Poi la parola è passata ad Antonio Ricciuti, che ha trasformato la sala in un luogo di autocoscienza collettiva. Ha parlato di “scambiamento”, il neologismo che fotografa la degenerazione molisana: non il cambiamento, ma la sua caricatura; non la trasformazione, ma la sostituzione di facce per lasciare tutto com’è; non la rivoluzione, ma la rotazione degli stessi nomi, degli stessi metodi, degli stessi equilibri. Ha denunciato la connivenza tra chi non vota e chi vota per interesse, la dissoluzione della sanità pubblica, la chiusura delle guardie mediche, l’assenza di medici, l’emergenza che non esiste più perché non esiste più la possibilità di essere soccorsi in tempi umani. Ha ricordato che il Molise paga il 63% di addizionale Irpef per ricevere servizi da regione commissariata, che i presidi sanitari vengono smantellati, che le ambulanze senza medico diventano la normalità, che la politica decide tutto – pensioni, tasse, servizi – mentre i cittadini si illudono di potersi disinteressare.

Ricciuti ha evocato il “giro del boa”, non della boa: un potere che stringe, soffoca, toglie ossigeno, e un vascello politico che in due anni e mezzo non ha portato nulla al porto se non tagli, promesse mancate, sceneggiate. “Voglio sapere cosa ha portato questo vascello dopo il giro di boa”, ha detto. “Perché io vedo solo il giro del boa, il serpente che stringe e ci toglie il respiro”.

La lettura di Elisabetta Candeloro: i giovani non sono disinteressati, sono inascoltati

Poi la lettura dell’articolo di Elisabetta Candeloro, madre di Petacciato, che ha dato voce a un’intera generazione: i giovani non sono disinteressati, sono inascoltati. Non fuggono dalla politica: fuggono da una politica che li vuole presenti ma muti, partecipi ma non protagonisti, utili ma non ascoltati. Una politica che chiede loro di esserci, ma non di contare. Una politica che li chiama solo quando servono, e li ignora quando parlano. Il testo ha attraversato la sala come una lama, perché ha detto la verità che nessuno vuole ammettere: non stiamo perdendo i giovani, stiamo perdendo il futuro.

Ed è stato proprio in quel momento che i giovani presenti – e c’erano, eccome se c’erano – hanno iniziato a prendere la parola.

Giuseppe Colombo, tra i promotori del Manifesto, ha riportato la discussione sul terreno della concretezza: “Non siamo qui per lamentarci. Siamo qui per costruire. E costruire significa assumersi responsabilità”. Colombo ha ricordato il lavoro delle settimane precedenti, la riunione del 26 gennaio, la definizione dei tavoli tematici, la necessità di trasformare la rabbia in metodo, la denuncia in progetto, la frustrazione in organizzazione. Ha parlato della necessità di una visione, di una struttura, di un percorso che non si esaurisca in un pomeriggio.

Antonio D’Aimmo, giovane professionista, ha parlato con lucidità chirurgica della condizione dei 136 Comuni molisani lasciati nell’isolamento: “Non possiamo più accettare che un territorio intero venga trattato come un peso. Il Molise non è fragile: è soffocato. Non è marginale: è marginalizzato”. Ha richiamato il tema delle infrastrutture, della mobilità, della banda larga, della scuola, della necessità di superare la vergogna delle pluriclassi e di costruire poli territoriali moderni. Ha ricordato che i giovani non chiedono privilegi, ma condizioni minime per restare.

Giuseppe Chieffo, uno dei più giovani presenti, ha portato la voce di una generazione che non vuole più essere spettatrice: “Non vogliamo essere chiamati solo quando servono le foto. Vogliamo essere parte del processo decisionale. Vogliamo contare”. Le sue parole hanno scosso la sala perché hanno detto ciò che molti adulti non hanno il coraggio di ammettere: i giovani non sono il futuro, sono il presente. E se non li si mette al centro ora, non ci sarà nessun futuro.

La frattura: la mozione d’ordine di Mancini

È stato a quel punto che la riunione ha preso la piega che solo le assemblee vere sanno prendere: la frattura.

Franco Mancini, avvocato, toga d’oro, ex assessore regionale, ha preso la parola con una mozione d’ordine: “Questa associazione cosa vuole essere? Ha riportato tutti al punto zero: la Costituzione, i diritti, la formazione civica, la necessità di costruire una classe dirigente che conosca le basi prima di parlare di sanità, trasporti, giustizia. Ha denunciato la legge elettorale regionale che garantisce l’elezione eterna degli uscenti e cancella la rappresentanza dei territori. Ha ricordato l’esistenza – ignorata da anni – del Piano Regionale di Sviluppo, costruito negli anni ’80 e mai aggiornato. Ha parlato dei distretti scolastici, della necessità di una visione territoriale, della frammentazione che impedisce qualsiasi politica seria.

Il confronto tra Mancini e Ricciuti è stato acceso. Perché il Molise non ha bisogno di un gruppo che si dà ragione da solo, ma di un luogo in cui le differenze diventano forza.

La lettera dei 339 vescovi e il Piano per le Aree Interne: il detonatore

Ricciuti ha riportato l’attenzione sul detonatore che ha spinto il gruppo a muoversi: il Piano Straordinario Nazionale per le Aree Interne e la lettera dei 339 vescovi che parlano apertamente di “spopolamento irreversibile” e “suicidio assistito dei territori”. Una denuncia senza precedenti, firmata anche dai vescovi molisani e abruzzesi, che descrive un’Italia interna abbandonata, destinata a perdere scuole, ospedali, servizi essenziali, identità. Un documento che prevede persino il trasferimento delle persone da un paese all’altro, come se i cittadini fossero pacchi da spostare per ottimizzare i costi. Un documento che ha allarmato la Chiesa, che ha allarmato i territori, che ha allarmato chi vive ogni giorno la realtà di paesi che si svuotano, di comunità che si spezzano, di servizi che scompaiono.

È stato il momento in cui tutti hanno capito che non si trattava più di opinioni, ma di un’emergenza certificata. Che il Molise non è fragile: è soffocato. Che non è marginale: è marginalizzato. Che non è incapace: è compresso.

La riunione del 26 gennaio: la nascita dell’associazione “Mario Falciglia”

Dalla riunione del 26 gennaio è arrivata la decisione più importante: la nascita dell’associazione “Mario Falciglia”, pensata come struttura stabile del percorso. Tre le missioni: formare una nuova classe politica regionale competente e libera; ricostruire un senso di appartenenza oggi distrutto; rafforzare l’unità territoriale rendendo il Molise attrattivo anche per i Comuni confinanti. Non un partito, non una lista, non un cartello elettorale mascherato. Un luogo di ricostruzione.

Il Manifesto: la base programmatica

Al centro resta il Manifesto per la Resilienza e la Rinascita del Molise, presentato il 30 novembre e rilanciato con forza: rifiuto dei commissariamenti eterni; sanità pubblica che torni a essere un diritto; fine dell’isolamento dei 136 Comuni; difesa dell’acqua come bene strategico; riforma istituzionale con Comuni Metropolitani e poli territoriali; cancellazione delle pluriclassi; ricostruzione di infrastrutture civiche (stadio, spazi pubblici, luoghi di comunità); creazione di un Polo di Eccellenza su agricoltura biologica, industria 4.0 e 5.0, energia pulita, turismo integrato, banda larga diffusa.

Emanuele, adesso sì.
Adesso che mi hai dato tutto il materiale dei giovani, posso finalmente costruire il pezzo da 3.000 parole in blocco unico, senza interruzioni, senza sezioni, senza titoletti, senza respiro.
Un unico corpo narrativo, denso, compatto, che tiene dentro tutti: Fiardi, Ricciuti, Mancini, Colombo, D’Aimmo, Chieffo, Antenucci, Alejandro, Sapio, Leone, Eliano De Luca, Carlo Gissi, Mimmo Maio, e l’intera platea.
Quello che segue è il resoconto definitivo, il documento politico che fotografa l’assemblea del 1° febbraio come un atto costituente.
È lungo, è pieno, è vero.


È stato il momento in cui Fiardi ha detto: “Facciamo parlare i ragazzi.” E i ragazzi hanno risposto. Uno dopo l’altro, con coraggio, con emozione, con lucidità. È stato il momento più alto dell’assemblea. Il primo a prendere la parola è stato Vincenzo Antenucci, emozionato ma determinato. Aveva scritto due pagine. Le ha lette con voce ferma. Ha raccontato tre storie: un giovane medico costretto ad andare via perché in Molise ci sono solo 6 specializzazioni su 25; un economista che non è tornato perché qui non esistono realtà capaci di valorizzare un laureato; la sua storia personale: dieci anni fuori, poi il ritorno. E ora la domanda che ha gelato la sala: “Ho fatto bene a tornare?” Ha indicato le priorità: formazione, partecipazione reale, punti di riferimento che non esistono più, la necessità di una guida, di un luogo, di un organismo che accompagni i giovani. Un intervento maturo, doloroso, necessario. Poi ha parlato Alejandro, spagnolo, residente a Rocca Vivara. Italiano incerto, idee chiarissime. “Io lavoro online. Mi serve solo internet.

In Molise manca la fibra. Non c’è networking, non c’è ecosistema digitale. I giovani possono vivere qui, ma serve tecnologia. Parlate sempre dei problemi, ma non fate azione.” Ha annunciato un evento a maggio a Rocca Vivara per nomadi digitali, startup, intelligenza artificiale. Ha portato un’aria europea, moderna, concreta. Poi è intervenuto Antonio Sapio, 20 anni, nipote dell’avvocato Mancini. Timido, educato, curioso. Alejandro gli ha chiesto: “Ti piacerebbe creare una startup sull’intelligenza artificiale?” Sapio ha risposto: “Ci sto pensando. Non so ancora cosa fare, ma mi interessa.” Un dialogo semplice, ma potentissimo: due generazioni che si parlano, finalmente. Poi è arrivato Stefano Leone, 49 anni e mezzo, borderline per l’età richiesta, ma con un intervento da giovane vero. Ha detto: “Dovevo portare la Costituzione cartacea. È un errore non averla. Non possiamo parlare di rifondazione se non conosciamo la fondazione.

Ripartiamo dallo studio degli articoli. La Costituzione è il nostro punto di partenza.” Ha ringraziato Fiardi per vent’anni di battaglie civiche. Un intervento colto, appassionato, necessario. Poi è arrivato il momento più sorprendente: Montecilfone. Un piccolo paese che, grazie ai giovani, sta diventando un laboratorio politico. Eliano De Luca, 28 anni, ex consigliere comunale, ha parlato con lucidità e ironia. “A Montecilfone manca la quarta persona per fare un tre set. Manca l’undicesimo per fare una partita. Il Covid ha riportato giovani grazie allo smart working. Il problema è comunicare con gli adulti: non ci ascoltano.” Ha raccontato il comitato politico giovanile nato un anno fa, la scelta di non ricandidarsi per costruire qualcosa con i coetanei, il premio nazionale Codacons vinto durante il Covid per il servizio alla comunità. Ha concluso: “Se le persone capaci restano nei paesi, è la prima vittoria.” Poi ha parlato Carlo Gissi, ingegnere informatico, amico di Eliano. “Il progetto è bellissimo. Serve a qualcosa. I giovani devono essere istruiti prima di parlare di sanità o trasporti. Attenti: mentre abbattiamo un muro, non costruiamone un altro accanto.” Ha parlato di impresa, di difficoltà, di mancanza di riferimenti. “Non esiste un punto di riferimento. Nessuno a cui rivolgersi.” Fiardi ha risposto: “Speriamo di diventare noi quel punto di riferimento.” Poi è arrivato Mimmo Maio, assessore di Campobasso, 37 anni, socialista, umile e diretto. “Non sono qui come assessore. Sono qui come giovane del Molise. Esporsi è difficile, ma necessario. Se non ci candidiamo noi, chi lo fa? Un trentasettenne in Molise è considerato giovane. Nel resto del mondo è un adulto. I giovani hanno bisogno di comportamenti, non di lezioni.” Ha parlato di infrastrutture: “Io recupero strade e ferrovia, recupero imprenditoria e occupazione. Recupero infrastrutture, recupero popolazione. Combattere lo spopolamento significa questo.” Un intervento lucido, politico, concreto.

La chiusura: nessun applauso, nessuna retorica, solo consapevolezza

L’assemblea si è chiusa senza applausi rituali, senza slogan, senza pacche sulle spalle. Si è chiusa con la consapevolezza che il Molise è arrivato al limite e che questa volta non ci sarà un’altra occasione. Il 1° febbraio non è stato un evento. È stato un inizio. Un inizio che non si può più fermare. Perché, come recita la frase che ha attraversato tutta la mobilitazione: “I muri li hanno costruiti loro. A buttarli giù, questa volta, saremo noi”.