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8 Novembre 2025

Fotografia dei rischi della Psichiatria di produrre nuovi manicomi

Nel proporre ai Lettori di Termolionline la seconda parte della mia riflessione sui “nuovi manicomi”, colgo l’occasione per condividere l’evento in cui vengo invitato a presentare il mio ultimo libro “Compagni di viaggio”. Allego pertanto la specifica locandina.

Il libro è stato presentato a ottobre a Napoli (Palazzo Reale), a Perugia (Basilica di San Pietro, in occasione della Festa della Salute Mentale), a Roma (in un luogo storico, l’ex manicomio, il Santa Maria della Pietà), a Cagliari (nell’aula magna dell’Università). Altre presentazioni vi saranno per tutto il 2026 e aggiornerò il Lettore, per chi fosse interessato, poiché in genere c’è la possibilità di collegamento online.

Il libro tratta della Schizofrenia, tema che in questa rubrica affronterò infinite volte.

Tornando appunto ai rischi di “nuovi manicomi”, non mi stancherò mai di parlarne, poiché si sappia dove esso si può annidare. Devono sapere i nostri Pazienti e i loro familiari, ma devono sapere principalmente le Istituzioni, spesso condotte da giovani amministratori, che “non sanno” e confondono l’attivazione di un ambulatorio dai costosi arredi con la promozione “vera” di salute e salute mentale; confondono patologia e complessità dell’esistenza, neurologia, medicina generale e psichiatria. Principalmente dividono ad arte o riuniscono proditoriamente i bisogni “psichiatrici” dai bisogni “sociali”. E invece no, questi bisogni occorre tenerli insieme, sempre, perché non c’è salute mentale se non c’è democrazia, giustizia sociale, rispetto dell’individuo, come ho scritto precedentemente, richiamando l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Il fatto è che devono sapere principalmente i giovani psichiatri, che spesso non sanno o non vogliono sapere, o si girano dall’altra parte; probabilmente perché non hanno conosciuto la tragedia dei manicomi e non si rendono conto che il manicomio può essere ricreato proprio con atteggiamenti superficiali. In questo mi aiutano le parole dell’amico Gilberto Di Petta, che invia una lettera a un immaginario giovane specializzando in psichiatria, drammatica seppur scritta con la leggerezza del vecchio saggio, certamente non definitivamente rassegnato ma pur vicino al naufrago che lascia scivolare in mare bottiglie e messaggi di cui teme fortemente lo sperdimento:

“[…] Negli anni Settanta si pensava che la reintroduzione della follia nel mondo, con la rottura del grande internamento, potesse dare un nuovo corso al mondo.

Noi psichiatri (e psicologi), noi di questo passaggio sulla terra, ci giochiamo le nostre carte. Perché noi sappiamo. Noi sentiamo, noi abbiamo raccolto, mille lacrime, mille morti, mille storie, mille volti. Noi abbiamo anime che grondano di umano, noi facciamo il mestiere antico delle madri, il mestiere antico dei padri, quello degli uomini della medicina, degli sciamani, dei fratelli. Noi non siamo innocenti, non siamo inconsapevoli. Ogni generazione ha la sua battaglia. Questa è la nostra battaglia. […]

Dunque ci aspetta un percorso duro, direi sanguinoso. Etico. Dobbiamo sia aprire nuovamente una breccia, che lasciare una traccia […] A noi tocca trascrivere la materia del dolore e quella dei sogni di cui è impastato l’uomo che incontriamo tutti giorni, affinché l’uomo di tutti i giorni non si dimentichi di cosa è fatto, da dove proviene e verso dove va[1]”.

La memoria, appunto. Con Di Petta ancora mi interrogo:

“Cos’è davvero la psichiatria oggi? L’oggi, rispetto agli insegnamenti dei Maestri si sta rivelando molto diverso, un mondo che è divenuto difficile: la psicoterapia è un’ideologia del passato, la riabilitazione una chimera, […] i farmaci si usano come estintori, le terapie diventano prima o poi tutte uguali, e si usano i farmaci che si trovano, non quelli che vorresti usare; viene favorito un drammatico abbassamento del livello, del linguaggio, del senso stesso della psichiatria. […] La psichiatria attuale, che il senso comune definisce come “branca della medicina che si pone come obiettivo la cura delle malattie mentali”, contiene alcune antinomie autodistruttive non affatto risolte; in primis è stata aggregata alla medicina solo due secoli fa; secondo, le malattie mentali non sono come le altre malattie d’organo, ma rappresentano il costrutto di un determinato paradigma, che cambia nella storia della scienza e nelle vicissitudini del mondo.[…] E con questo sfondo la psichiatria entra nella medicina, perché le malattie mentali sono intese, alla stessa stregua delle altre, cioè come squilibri “organismici”, nella fattispecie squilibri tra la ragione e le passioni”[2].

Una “psichiatria che nella medicina”, voglio ribadirlo, si oppone di fatto al rendere merito alla memoria, non riconoscendole un ruolo centrale per senso e prospettive. Chi esce oggi da una Scuola di Specializzazione in Psichiatria, così come l’infermiere che viene catapultato in un Reparto di Psichiatria (ma anche in un Centro di Salute Mentale o in un Centro Diurno o in una Comunità) deve quindi sapere, per poter riconoscere le forme larvate del Mostro/Manicomio che si annidano tra i mille proclami (spesso solo chiacchiere) di accoglienza, etica, democraticità, pluralismo.

Mi consenta il Lettore, a tal proposito, di concludere questa introduzione con le parole di Jung, il quale quasi alla fine della propria vita affermò:

“Passerà ancora molto tempo prima che la fisiologia e la patologia del cervello da un lato e la psicologia dell’inconscio dall’altro possano darsi una mano. Anche se alla nostra conoscenza attuale non è concesso di trovare quei ponti che uniscono le due sponde – la visibilità e tangibilità del cervello da un lato, dall’altro l’apparente immaterialità delle strutture della psiche – esiste tuttavia la sicura certezza della loro presenza, non l’eventualità, la possibilità. Questa certezza dovrà trattenere i ricercatori dal trascurare precipitosamente e impazientemente l’una in favore dell’altra o, peggio ancora, dal voler sostituire l’una con l’altra. La natura non esisterebbe senza sostanza, ma non esisterebbe neppure se non fosse riflessa nella psiche”[3].

Passerà ancora molto tempo, affermava quindi Jung. Invece occorre fare in fretta. E spetta a chi ci crede (e assolutamente alla politica seria) far sì che il dialogo tra i vari aspetti che compongono l’umano dialoghino; e principalmente che questo dialogo avvenga con umiltà e concretezza, perché non c’è molto tempo … per non rischiare che si concretizzi ciò che affermava Tito Livio: “Mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata”.


[1] G. Di Petta, G. Franceschetti, E. Gecele, Continuando la lettera di Gilberto Di Petta a un/a giovane specializzando/a in psichiatria, 20 aprile 2019, www.psychiatryonline.it/node/7952.

[2] G. Di Petta, Lettera a un giovane specializzando in psichiatria, 19 marzo 2018, www.psychiatryonline.it/node/7247.

[3] C.G. Jung (1958), “La schizofrenia”, tr. it. in Opere, Boringhieri, Torino, 1971, vol. 3, p. 286.