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15 Dicembre 2025

L’impegno come terapia e il disimpegno della lamentazione

Quando ho realizzato di essere un adulto e ho iniziato il mio percorso professionale, mi son dato una regola, sicuramente trasmessami dai miei genitori (insegnanti e quindi formatori/terapeuti di generazioni di adolescenti e giovani): per poter costruire qualcosa nella vita e nelle professioni occorre senz’altro esercitare la capacità di critica, ma la critica che non propone letture alternative delle cose, né contraddittori e rimodulazioni, è un esercizio improduttivo, se non arrogante. Il proporre vie alternative va argomentato, altrimenti si professa il voler contrastare i fondamentalismi con atteggiamenti altrettanto fondamentalisti. Tempo fa ho sviluppato una riflessione sui temi di cui tratto in questo contributo, proponendo un’attenzione sulla coppia antinomica fondamentalismo/fondamento[1].

Scendendo nello specifico del mio lavoro, il fondamento, per ogni équipe che sia davvero terapeutica, è l’adesione a un complesso di princìpi, elementi imprescindibili che rendano i programmi dei Servizi di salute mentale opportunità di esperienze e di relazioni: ascolto dei bisogni, lavorìo costante perché i bisogni emergano in tutte le sfaccettature possibili, calore umano e attenzione principalmente al mondo relazionale e affettivo del sofferente, rispetto dell’individualità, assunzione in carico di tutte le componenti del disagio (ivi compresa la famiglia e il contesto sociale stesso), pluralismo culturale, disponibilità costante a porsi in discussione e a ricorrere a sguardi altri (supervisioni, programmi di intervisione[2] tra Servizi).

L’attività che oggi più mi appassiona è proprio quella della supervisione psichiatrica e psicoanalitica di Servizi, Istituzioni, gruppi che si occupano di salute mentale, di psicologia, di psicoterapie, di psicoanalisi. Lo svolgo in varie regioni d’Italia e ovunque, nei supervisionati, incontro atteggiamenti culturali e ideologici del tipo: “siamo gli eroi a difesa della salute mentale ma non ci consentono di lavorare”; oppure: “abbiamo lottato per quarant’anni ma ora ciò è reso impossibile dalla carenza di risorse”; oppure ancora: “noi sapremmo perfettamente cosa fare, ma il mondo esterno ce lo impedisce”; o, infine, “come erano belli i tempi di una volta, quando non dovevamo dar conto delle nostre scelte terapeutiche e dei programmi che ritenevamo di attuare”.

E no, invece: il controllo della politica e dell’economia non può essere asfissiante e vessatorio, ma deve poter esercitare la funzione di verifica di ciò che viene erogato come “servizio” e che spesso servizio non è (rammento che il termine ‘terapia’ deriva dal greco Therapeia, che vuol dire appunto ‘servizio’). Gli atteggiamenti di cui parlavo sopra non servono assolutamente a rimodulare le prassi, a produrre pensiero critico, a erogare terapie fruibili, ad attivare processi di crescita. Quest’ultimo punto, in particolare, attira la mia attenzione e verso di esso cerco di spendermi con passione: per attivazione di processi di crescita io intendo la crescita innanzitutto degli operatori della salute mentale. Di fatto, coloro che, seppur comprensibilmente appesantiti da certi carichi lavoro, si limitano alla lamentazione (dal dizionario: “Espressione insistente e monocorde di dolore o di rammarico, spesso formulata con l’intento o la pretesa di una certa solennità”), reiterano un atteggiamento vittimistico, persecutorio e auto-assolutorio. Perseverano nel compiangimento e nella giustificazione di ogni atto di disimpegno.

Concordo pienamente con il compianto Stefano Mistura quando afferma:

“[…] nella grande trasformazione dell’assistenza psichiatrica c’è stato un grande fermento, una grande vitalità, mentre la si è pensata e costruita: adesso che c’è, è come se ogni entusiasmo fosse spento […]. Gli psichiatri sono tornati tra i medici meno permeabili alle innovazioni, resistono al cambiamento, convinti che non c’è altro da fare (riemerge così l’antico cinismo[3]”.

Ma quali sono le concrete espressioni di questa impermeabilità di cui parla Mistura?

  1. L’azzeramento della curiosità. È singolare constatare quanto operatori che si occupano di psichico di fatto mettano in atto una sorta di esaltazione dell’anti-psichico. Molto spesso ostentano credenziali pompose in termini di “formazione”, ma di fatto si allontanano dallo psichico stesso e disumanizzano interventi che non sono più riconducibili a processi di cura.
  2. La creazione di Servizi che definisco ascolto-patici, nel senso che arrivano a teorizzare l’anaffettività, proponendola come “efficace distanza professionale”. Si evita di interrogarsi sullo psichico del singolo operatore e del sistema. Si minimizzano le naturali interferenze relazionali. Si assumono meccanismi organizzativi schiavi della tecnica e delle tecniche.
  3. Il considerare le famiglie e a volte gli stessi pazienti come dei seccatori, degli impacci che minano la serenità e l’amenità del luogo/sistema di presunta cura.

In definitiva, le resistenze più granitiche si rilevano principalmente proprio rispetto alla reale scarsa considerazione di ciò che dicono, vogliono, propongono i Pazienti e i loro familiari.

Allora credo sia chiaro che il fondamentalismo di cui scrivevo sopra è ogni atteggiamento che:

  • induca il sistema curante a ritenersi detentore di sapere assoluto, non necessitante di confronti;
  • esalti l’uno o l’altro modello, ritenendolo cura perfetta;
  • riduca ogni intervento a criteri di normalità/patologia;
  • metta in atto scissioni, considerando “utente” il solo portatore della domanda e non la famiglia e chiunque sia in relazione con esso.

Pur conoscendo bene la tragica diminuzione del numero di operatori della salute mentale, trovo indispensabile che gli operatori stessi debbano sì interloquire con le istituzioni per avere risorse, ma tale interlocuzione non deve mai rappresentare un sotterfugio per deleghe, mancate assunzioni di responsabilità, azzeramento della ricerca di opportunità di interazione con tutte le risorse sanitarie, sociali, politiche del territorio (oggi si chiama sharing), alla ricerca di una moltiplicazione delle opportunità per utenti e familiari, tralasciando le etichette professionali e le battaglie di casta e di parrocchia.

P.s.: approfitto per comunicare tramite Termolionline le due prossime presentazioni del mio ultimo libro (in cui vengono trattati questi temi): a Termoli, in sala consiliare, il 19 prossimo alle 17 e a Napoli, al Maschio Angioino, il 20 prossimo dalle 9,30.


[1] A. Malinconico, “Note sulla residenzialità, tra fondamentalismi e fondamento” in Rivista Sperimentale di Freniatria, vol. CXXIX, n. 3, Ed. Franco Angeli, Milano, 2005, pp. 107-128.

[2] www.raffaelebarone.it/tag/raffaele-barone-visiting/feed

[3] S. Mistura, in L. Ferrannini: “La Psichiatria ed i suoi paradigmi: continuità e discontinuità”, Rivista sperimentale di Freniatria, vol. 131, (fasc. 3), 2007.