MOLISE. La fiaccolata di Isernia e la linea del buio: quando difendere la sanità diventa un atto di resistenza civile.
C’è un momento preciso in cui una comunità smette di chiedere spiegazioni e inizia a lanciare un avvertimento. La fiaccolata che ha attraversato Isernia per difendere la sanità pubblica molisana non è stata una manifestazione come le altre, né una rituale esibizione di dissenso. È stata un atto politico nel senso più alto e più antico del termine: la presa di parola di una città che si rifiuta di essere marginale, sacrificabile, silenziata.
Le fiaccole accese non servivano a “fare scena”. Servivano a dire che una parte consistente della società molisana ha deciso di non restare al buio. Era una marcia contro l’idea che la sanità, soprattutto nei territori interni, possa essere trattata come una variabile contabile, un capitolo da ridurre, una funzione da esternalizzare, un problema da spostare altrove.
Isernia ha sfilato perché il punto non è più solo l’ospedale Veneziale. Il punto è il modello.
Negli ultimi anni, sotto il paravento della “razionalizzazione”, si è costruita una narrazione tossica: che alcuni territori siano strutturalmente inadatti a garantire servizi completi; che alcune comunità debbano accettare tempi di percorrenza più lunghi, meno presidi, meno emergenze, meno diritti; che l’equilibrio di bilancio venga prima dell’equilibrio sociale. È una narrazione che colpisce sempre gli stessi: aree interne, regioni piccole, popolazioni anziane, giovani già costretti a partire.
La fiaccolata ha rotto questa narrazione. Ha detto che la sanità non è un lusso per aree metropolitane, ma un diritto universale. E ha ricordato una verità che la politica finge di non vedere: quando togli un servizio sanitario, non stai solo risparmiando risorse, stai producendo diseguaglianza strutturale.
Non è un caso che al corteo ci fossero tanti giovani. È a loro che si chiede di restare, di investire qui il proprio futuro, di costruire famiglie, lavoro, comunità. Ma è a loro che si dice, implicitamente, che per partorire, curarsi, salvarsi la vita dovranno andare altrove. Questo è il paradosso molisano: si invoca lo spopolamento come problema, mentre si smonta tutto ciò che rende abitabile un territorio.
La fiaccolata di Isernia ha avuto una forza particolare perché non era settoriale. Non parlava solo agli addetti ai lavori, né solo ai pazienti. Parlava a chiunque abbia capito che la sanità pubblica è il termometro della democrazia. Dove la sanità arretra, arretra lo Stato. Dove lo Stato arretra, avanzano il mercato, la selezione per reddito, la rinuncia alle cure.
La presenza di parte delle istituzioni locali alla fiaccolata è stata un segnale importante, ma non sufficiente. Perché ora viene il tempo delle scelte, non delle testimonianze. Difendere la sanità pubblica significa assumersi il conflitto, anche istituzionale, quando serve. Significa dire no a piani che riducono servizi vitali. Significa pretendere investimenti, personale, visione. Significa smettere di accettare come “inevitabile” ciò che è frutto di precise decisioni politiche. Perché la sanità non è solo una voce di spesa: è infrastruttura sociale. È coesione. È sicurezza. È fiducia. Senza sanità pubblica non c’è permanenza, non c’è attrattività, non c’è sviluppo. C’è solo un lento svuotamento.
Isernia, con quella fiaccolata, ha detto che non accetta più di essere trattata come periferia sanitaria di qualcun altro. Ha detto che non è disposta a rinunciare alla dignità in cambio di promesse vaghe o soluzioni tampone. Ha detto che la partecipazione esiste ancora, quando viene chiamata su questioni reali, concrete, vitali.
Ora il rischio è uno solo: che quella luce venga archiviata come evento simbolico, emozionale, destinato a spegnersi. Sarebbe l’errore più grave. Perché quella fiaccolata non chiedeva empatia, chiedeva risposte. Non chiedeva attenzione mediatica, chiedeva scelte politiche. Non chiedeva rassicurazioni, chiedeva impegni verificabili.
La linea è tracciata. O si ricostruisce una sanità pubblica degna di questo nome, anche e soprattutto nei territori piccoli, oppure si avrà il coraggio di dire apertamente che non tutti i cittadini sono uguali. La fiaccolata di Isernia ha già scelto da che parte stare. Ora tocca alla politica decidere se stare nella luce o continuare a governare il buio.
LA MANIFESTAZIONE
Ieri, domenica 18 gennaio 2026, Isernia si è trasformata in un grande palcoscenico di partecipazione civica: una fiaccolata, promossa per la difesa della sanità pubblica e in particolare dell’ospedale “Veneziale”, ha attraversato il centro della città con migliaia di persone portando fiaccole, striscioni e un messaggio forte e chiaro alla politica e alle istituzioni sanitarie.
Il corteo – animato sin dalle prime ore del pomeriggio da studenti, famiglie, operatori sanitari, associazioni civiche e cittadini provenienti anche dalle aree interne dell’Alto Sangro e dalle regioni confinanti – ha incarnato più di una protesta: è stato un grido collettivo per la tutela di un diritto costituzionale, quello alla salute, oggi percepito come messo in pericolo da scelte organizzative e tagli ai servizi sanitari nel Molise.
Non si è trattato di una mobilitazione casuale. L’iniziativa, proposta dal sindaco Piero Castrataro, nasce in un quadro in cui il Piano operativo sanitario regionale prevede ridimensionamenti significativi: dalla possibile chiusura del Punto nascite alla soppressione dell’Emodinamica, servizi essenziali soprattutto per le emergenze e per ridurre le distanze con i grandi centri. Già nei giorni precedenti centinaia di cittadini – anche isernini residenti fuori sede – avevano raccolto firme e lanciato appelli per partecipare o aderire simbolicamente alla fiaccolata.
Il video della manifestazione evidenzia un fiume di persone che, con fiaccole accese, ha attraversato Piazza Celestino V e le vie principali della città, incarnando un messaggio di unità e determinazione. L’assenza di slogan urlati, sostituita da striscioni nei quali emerge il concetto che “sanità è dignità”, ha sottolineato come la fiaccolata non fosse una protesta muscolare, ma un atto di impegno civile e riflessione pubblica.
In testa al corteo i giovani: studenti e studentesse che con la luce delle fiaccole simbolicamente rivendicavano un futuro possibile anche restando nella propria terra, anziché andar via in cerca di servizi e prospettive altrove. Molti partecipanti hanno condiviso storie personali legate al “Veneziale”: cure ricevute in passato, accesso salvavita a servizi di emergenza o semplicemente l’importanza di avere una struttura pubblica vicino.
La mobilitazione si è svolta in un clima di rispetto, con una forte componente emotiva condivisa da cittadini di ogni età e professione.
Questa fiaccolata rappresenta dunque più di un evento isolato: è un segnale chiaro di una comunità che non accetta passivamente decisioni percepite come penalizzanti. È un appello alla responsabilità delle istituzioni regionali e nazionali affinché il diritto alla salute non sia sacrificato sull’altare dell’efficienza contabile o della rimodulazione dei servizi.
La luce delle fiaccole di Isernia è diventata così simbolo di un’attesa collettiva: quella di una sanità pubblica che sia davvero accessibile, umana e radicata nella vita quotidiana delle persone.
Emanuele Bracone



