TERMOLI. A tre settimane dalla pubblicazione del Decreto del Commissario ad Acta n. 9/2026, il Commissario Marco Bonamico e il Subcommissario Ulisse Di Giacomo intervengono per chiarire i contenuti del provvedimento, denunciando la diffusione di letture parziali e interpretazioni non aderenti alla normativa nazionale. L’obiettivo, spiegano, è garantire una corretta informazione su un servizio – la Continuità Assistenziale – spesso descritto in modo improprio nel dibattito pubblico.
I commissari ricordano che la Continuità Assistenziale, l’ex Guardia Medica, non è mai stata un servizio dedicato alle urgenze‑emergenze, ma uno strumento destinato ai bisogni “non differibili”, cioè alle richieste che si presentano al di fuori dell’orario dei Medici di Medicina Generale. I Contratti Nazionali dei Medici di Medicina Generale, sin dai primi anni Duemila, stabiliscono che gli incarichi di Continuità Assistenziale non richiedono formazione emergenziale, perché ciò genererebbe inappropriatezza organizzativa e clinica, con potenziali rischi per la vita delle persone. Chi sostiene il contrario, affermano i commissari, ignora una normativa in vigore da oltre vent’anni e richiamata puntualmente nel DCA n. 9.
Il quadro nazionale è ulteriormente definito dal DM 77/2022, che prevede la riconduzione della Continuità Assistenziale all’interno delle Case di Comunità, in sinergia con le Centrali Operative Territoriali (COT) per coordinare il passaggio tra territorio e ospedale. La Conferenza delle Regioni, nel documento del settembre 2025, ribadisce all’articolo 6.1 che la presenza di un’emergenza medica costituisce criterio di esclusione per l’accesso al servizio.
In Molise le Case di Comunità individuate sono 13, e ciascuna ospiterà una sede di Continuità Assistenziale, compatibilmente con i tempi di consegna dei lavori previsti dal PNRR. A queste si aggiungono tre ulteriori sedi individuate in aree particolarmente disagiate, sulla base di una valutazione delle caratteristiche ambientali, delle distanze e dei tempi di percorrenza. Secondo i commissari, è quindi “superficiale, se non sorprendente”, sostenere che la riorganizzazione trascuri le aree interne: la nuova rete di 16 postazioni garantisce un tempo medio di accesso che non supera i 35 minuti, mentre il servizio 118 – anch’esso composto da 16 postazioni – ha sempre mantenuto tempi di intervento entro gli standard nazionali, anche in condizioni meteorologiche o viarie difficili.
Un altro punto oggetto di polemiche riguarda la presunta chiusura immediata delle sedi attuali. Il DCA n. 9/2026 stabilisce che le postazioni esistenti continuano la loro attività, salvo diverse determinazioni regionali o aziendali, e solo qualora non riescano a garantire almeno l’80% dei turni, come previsto dall’art. 5, comma 1. I dati forniti da ASReM indicano che la maggior parte delle sedi supera oggi questa soglia, escludendo quindi sospensioni automatiche o improvvise.
La riorganizzazione, sottolineano Bonamico e Di Giacomo, è anche la conseguenza della grave carenza di personale medico: vent’anni fa i professionisti impegnati nella Continuità Assistenziale erano 196, oggi sono 70. Mantenere 44 sedi con questa dotazione è impossibile e produce uno dei rapporti sede/popolazione più squilibrati d’Italia, con un numero di accessi “assolutamente ingiustificabile” e turni inevitabilmente scoperti, soprattutto nelle sedi al centro delle proteste degli amministratori locali.
A questo si aggiunge l’Art. 44 del CNL dei medici di famiglia, che impone un riallineamento dell’offerta alla domanda, riducendo – e non eliminando – le attività e il numero di professionisti in servizio nella fascia 0‑8, spostando tali attività nell’orario diurno delle Case di Comunità, anche alla luce dei dati sugli accessi al Pronto Soccorso e sugli interventi del 118 in Molise.
I commissari richiamano infine l’esperienza delle regioni italiane che hanno già attuato la riorganizzazione, comprese quelle con vaste aree interne: non si è registrato alcun aumento degli accessi ai Pronto Soccorso né delle chiamate al 118, anzi in diversi casi si è verificato il contrario.
In conclusione, Bonamico e Di Giacomo definiscono “grave” che qualcuno utilizzi la sanità come terreno di scontro politico o come strumento elettorale, con il rischio di rallentare o ostacolare una riforma che, affermano, è necessaria per garantire un sistema territoriale più coerente, sostenibile e aderente alla realtà del personale disponibile.
EB
