mercoledì 11 Febbraio 2026
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Storie di vita che diventano saggi di riflessione: “Il gioco del silenzio” e gli orizzonti futuri di Fiorenza

TERMOLI. La Biblioteca comunale “G. Perrotta” si riempie per il quarto appuntamento della rassegna “Autori in Biblioteca”, un ciclo che sta diventando un presidio culturale e umano della città. L’atmosfera è quella delle occasioni che contano: sedie occupate, pubblico attento, un silenzio che non pesa ma prepara. Al centro della scena, Il gioco del silenzio, il libro di Fiorenza Leone, un’opera che non racconta una storia: la attraversa, la incide, la espone.
A introdurre l’incontro è Massimo Albanese, dirigente comunale e organizzatore della rassegna. Il suo intervento non è formale: è un riconoscimento del valore sociale dell’iniziativa. Albanese parla di incontri che non sono solo scambi culturali, ma momenti di comunità, di relazione, di sospensione dal rumore digitale. Sottolinea la delicatezza del tema affrontato dall’autrice e la forza necessaria per trasformare un vissuto privato in un messaggio pubblico. “Non viviamo in una metropoli”, ricorda, e proprio per questo esporsi è più difficile, più coraggioso, più necessario.
Poi prende la parola Claudio Perna, presidente dell’Ada Molise, che colloca l’opera nella cornice editoriale della collana 912 del Gruppo Albatros, una delle più premiate in Italia per la letteratura emergente. Perna ricorda i riconoscimenti già ottenuti: la presenza alla fiera “Più Libri Più Liberi”, la prossima partecipazione al Salone del Libro di Torino. Ma soprattutto chiarisce il punto: questo libro non nasce per vendere copie, ma per rompere un tabù. Per dire, finalmente, che la salute mentale dentro le famiglie è un tema che riguarda tutti, e che il silenzio – soprattutto nei piccoli centri – è spesso più devastante della malattia.


Quando interviene Fiorenza Leone, la sala cambia ritmo. Non c’è retorica, non c’è artificio: c’è una donna che racconta la bambina che è stata. Il gioco del silenzio è la storia della sua infanzia e adolescenza vissute accanto alla schizofrenia della madre, una malattia che – dice – “annulla, inghiotte, costringe a non disturbare mai l’equilibrio dell’altro”. Racconta il rifiuto del seno materno alla nascita, come se il corpo avesse intuito prima della mente l’impossibilità di un legame. Racconta i primi attacchi d’ansia a nove anni, vissuti senza strumenti, senza parole, senza adulti capaci di leggere quei segnali. “Non avevo ossigeno”, dice. “Non riuscivo a nominare ciò che provavo”.
Il titolo del libro diventa chiaro: non è un’immagine poetica, è una condizione esistenziale. Il silenzio come unica strategia di sopravvivenza.


Fiorenza parla del percorso psicoterapeutico che l’ha salvata, della necessità di affrontare il dolore senza mascherarlo, della lealtà richiesta in terapia, della fatica di guardarsi dentro quando tutto spingerebbe a scappare. Parla della fede come appiglio, di un viaggio a Medjugorje in cui – racconta – “per la prima volta ho sentito un abbraccio materno, reale o simbolico che fosse”. Parla degli anziani incontrati nelle strutture in cui ha lavorato, della loro solitudine, dei gesti di umanità che resistono anche nella malattia, di come la fragilità sia un filo che unisce infanzia e vecchiaia.
Perna interviene con domande misurate, consapevole della delicatezza del terreno. Si parla di stigma, di isolamento, di bullismo, di come la società, la scuola e la famiglia siano i tre pilastri che dovrebbero sostenere chi vive situazioni simili. Si parla del coraggio di raccontare tutto questo in un territorio dove la parola pesa, dove la comunità osserva, giudica, commenta. E proprio per questo – sottolinea Perna – il gesto di Fiorenza è politico, civile, necessario.
Il pubblico ascolta senza interrompere. Non c’è rumore, non c’è distrazione: c’è rispetto. Quindi, la parola passa al relatore Filippo D’Ailoiso, che da Vastogirardi ricorda le origini della famiglia di Fiorenza, e l’accompagna nell’avventura editoriale.


Perché ciò che emerge non è solo la storia di una bambina diventata donna, ma la fotografia di un problema sociale che la presentazione ufficiale aveva già messo al centro: la disperazione silenziosa delle famiglie che convivono con il disagio psichico, l’aberrazione degli ospedali psichiatrici, la fragilità delle strutture per non autosufficienti, l’assenza di strumenti culturali per affrontare tutto questo.
La serata si chiude senza applausi fragorosi, ma con un silenzio diverso da quello del libro: un silenzio che ascolta, che accoglie, che riconosce.
Il gioco del silenzio non è un libro da leggere: è un atto civile da attraversare.

Emanuele Bracone