TERMOLI. I nodi Stellantis e Gigafactory di Termoli discussi al question time della Camera dei Deputati nel primo pomeriggio di oggi, con la presenza nell’aula di Montecitorio del ministro del Mimit, Adolfo Urso.
Clima particolarmente acceso, coi parlamentari dell’opposizione a sostenere che il tempo è scaduto e che l’esponente di Governo, definito Ministro dello Shopping Italia (e a cui l’onorevole Appendino del M5S ha dedicato una ‘sveglia’) deve andare a casa.
Per conto suo, Urso ha ribadito dal suo punto di vista quanto fatto sin qui. Visioni a dir poco antitetiche.
Nel dibattito su Stellantis l’Aula esplode in tre interrogazioni consecutive che travolgono il ministro Urso. La prima è di Grimaldi (AVS), che attacca ricordando che Elkann annuncia «90.000 nuove vetture in Algeria, non in Italia» mentre il Governo prometteva un milione di auto a fronte di «213.000 vetture, un record negativo dal 1954». Grimaldi denuncia che «le aziende dell’indotto chiudono come birilli», che «le Gigafactory si faranno altrove», e definisce Urso «il ministro dello shopping Italia», accusandolo di non vedere «la fuga degli Elkann» e la «cassa integrazione in tutti gli stabilimenti». Urso replica attribuendo la crisi al Green Deal e alle scelte del management: «le perdite di Stellantis sono dovute a scelte sbagliate sull’elettrico», rivendica che «nessuno stabilimento è stato chiuso», minimizza l’Algeria come produzione «limitata al mercato locale» e presenta come successo la “messa in sicurezza” di Termoli. Grimaldi ribatte che «le auto si faranno, ma non in Italia» e che il ministro «nega l’evidenza».
La seconda interrogazione è di Sottanelli (Azione), che porta numeri devastanti: «22 miliardi di costi straordinari», «80% di valore bruciato in borsa», «meno di 380.000 veicoli prodotti nel 2025, il dato più basso in 70 anni», stabilimenti al «30% della capacità» e «oltre metà dei lavoratori in cassa integrazione». Accusa il Governo di aver «cancellato il fondo automotive» mentre Stellantis «non investe più, emette debito perché non ha un piano credibile». Urso risponde ancora con il “Piano Italia”, citando 2 miliardi in infrastrutture, nuovi modelli ibridi e 1,6 miliardi per il fondo automotive, sostenendo che si vede «una prima inversione di rotta».
La terza interrogazione coinvolge Benzoni (Azione), che nella replica smonta la narrazione governativa: «il 64% del crollo europeo è di Stellantis per scelte sbagliate dell’azienda», mentre Toyota cresce del 20%. Accusa il Governo di essere stato l’unico a credere alle promesse del gruppo: Stellantis «invitava l’indotto a investire fuori dall’Italia» mentre l’esecutivo parlava di un milione di vetture. Sulla Gigafactory di Termoli è netto: «mentre garantivate 1.800 posti, Stellantis investiva in Spagna e Francia». Definisce il “libro bianco” del Governo «bianco perché vuoto» e chiude chiedendo «un nuovo ministro dell’Industria con cui guardare agli errori del passato».
In questo clima, si inserisce anche l’intervento di Pavanelli (M5S), che pur non parlando direttamente di Stellantis, colpisce Urso sul terreno della deindustrializzazione generale, denunciando «429 aziende italiane depredate da gruppi esteri» e accusandolo di aver lasciato il Paese «senza visione, senza tutele, senza politica industriale». È lei a compiere il gesto simbolico più forte: «le ho portato una sveglia, gliela regalo», dicendo che non serve per alzarsi la mattina ma per ricordargli che «il suo tempo è scaduto». Un gesto che amplifica il fronte politico contro il ministro e che si salda perfettamente con le accuse su Stellantis.
E nel racconto parlamentare circola anche Appendino, che non interviene in questo specifico segmento ma che nel ciclo di interrogazioni della giornata si era già schierata contro Urso sul terreno industriale, contribuendo a costruire il clima di assedio politico che culmina proprio nella sequenza su Stellantis e nella sveglia agitata in faccia al ministro. La sua presenza politica, insieme a quella di Pavanelli, rafforza l’immagine di un fronte compatto che accusa Urso di aver lasciato andare via pezzi strategici del Paese, Stellantis in testa.
