Autonomia differenziata e autonomia delle differenze

La riflessione lun 04 marzo 2024
Attualità di La Redazione
3min
Autonomia differenziata e autonomia delle differenze ©https://www.lum.it/autonomia-differenziata-le-ragioni-del-si-e-del-no/
Autonomia differenziata e autonomia delle differenze ©https://www.lum.it/autonomia-differenziata-le-ragioni-del-si-e-del-no/

TERMOLI. Di autonomia differenziata se ne parla poco. Eppure per la Lega, promotrice della riforma, si tratta di una rivoluzione epocale. Capace di risolvere definitivamente il divario Nord Sud. Il ministro Calderoli è convinto che il Paese comunque rimarrà unito, come vuole la Costituzione repubblicana. Quanto poi alle differenze strutturali tra le Regioni della penisola la soluzione sta in un acronimo: Lep, ovvero livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale. L’acronimo leghista porrà dunque fine alla Questione meridionale? Le direttrici socio-economiche non saranno più prevalentemente Sud-Nord?

Sono trascorsi più di 160 anni dall’unità del Paese. Eppure al Sud non si sta come al Nord. E sarà così fino a quando non si vedrà un cittadino del Nord in cura nei nostri ospedali o un giovane frequentare le nostre università o un operaio in cerca di lavoro presso le nostre aziende. Per non parlare delle infrastrutture: hanno ragione di rallegrarsi gli isernini per l’elettrificazione della rete ferroviaria che li porterà a Roma. Ma forse non sanno che da Campomarino a Poggio Imperiale si viaggia ancora sull’unico binario inaugurato da Vittorio Emanuele II nel 1866. Si tratta di distorsioni strutturali che la politica vide per tacere. A poco servì l’opera meritevole dei tanti meridionalisti che alle accurate analisi dei problemi seppero prospettare efficaci quanto inascoltate soluzioni. E siccome la storia spesso ripete se stessa, i problemi del Meridione restarono irrisolti nonostante le riforme varate, agli inizi degli anni Cinquanta, dai governi De Gasperi che pur consentirono al Paese di entrare nel novero delle maggiori potenze industriali del pianeta. Quelle riforme lambirono appena il Meridione, nonostante gli imponenti finanziamenti veicolati attraverso la Cassa del Mezzogiorno. Ancora una volta milioni di meridionali con la valigia di cartone, colma di necessarie masserizie, saranno la manodopera a buon mercato delle industrie del Nord.

Eppure il divario deve essere colmato. Sul finire del “secolo breve” la Lega di Bossi prospetta una soluzione radicale: la secessione della Padania quale nuova compagine nazionale. Dalla mancata secessione e alle forme più o meno ibride di federazione non cambia molto, come è avvenuto con la discussa riforma del Titolo 5^ del 2001. Ora eccoci con un nuovo tentativo. Come dicevo se ne parla poco. La “processione” romana, capeggiata dal governatore De Luca, per quanto pregevole nelle intenzioni, non mi pare abbia avuto la forza di portare all’attenzione dell’opinione pubblica la portata rivoluzionaria della riforma leghista.

Questa riforma, ancora in fieri nel suo itinerario legislativo, non induca a sentenziare ostracismi pregiudizievoli quanto inutili. So che la storia passata e recente induce a non fidarsi. Conosco il peso di certi giudizi che evocano improbabili differenze antropologiche. Come so che il terribile giudizio di quel Carlo Luigi Farini, che in ossequio al mandante Cavour avvertiva che i beduini del deserto erano fior di virtù civili in confronto ai cafoni di Terra del lavoro e del Molise e che l’antico regno di Napoli più che all’Italia era assimilabile all’Africa, debba appartenere alla storia. Si accetti la sfida contenuta nella logica dei Lep. Si lotti perché si quantifichino i rispettivi saldi. E a coloro che pensano che trattasi dell’ennesima presa in giro diciamo pure che hanno ragione. Del resto come fidarsi di chi vuole la separazione pur partendo da posizioni di forza.

Tutto ciò però ci riporta al punto di partenza: all’atavico ritardo del Sud. La Questione meridionale non è solo una questione di sfruttamento. È ancor prima una questione di inettitudine che chiama in causa la classe dirigente e quella economica, incapace di fattiva mentalità imprenditoriale, la sola in grado di creare lavoro e ricchezza.

Colga questa occasione il partito dei Fratelli d’Italia. Dimostri che i Costituenti, pur aprendo a forme di autonomie locali, in nessun modo avrebbero potuto legittimare l’esistenza di sostanziali differenze tra le diverse regioni del Paese. Il proprio peso elettorale orienti l’iter parlamentare di questa riforma perché si possa dire che questa è la volta buona. Il problema del ritardo del Sud è anche nostro, di noi normali cittadini. Cogliamo questa occasione, facciamo appello alle capacità e all’orgoglio che ci contraddistinguono. E forse in un futuro non troppo lontano i nostri ospedali, le nostre università le nostre aziende con annesse le necessarie infrastrutture ci consentiranno di dire che la Questione meridionale appartiene alla storia.

Giuseppe Biscotti

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